18 ott 2014

Quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro.

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Sto leggendo post e tweet su Matera 2019. Mi emoziono è inutile nasconderlo. Un brivido sale lungo la schiena ad ogni parola. Lucani fuori, lucani altrove, lucani in Basilicata. Ad ogni post di ogni ragazzo, ragazza, studente o lavoratore, terrone e emigrante sfigato o di successo, per scelta o necessità. C'è amore e tanto in ogni parola. Non avrei immaginato. C'è tanto, c'è tutto. Il senso del riscatto, dell'orgoglio, dell'appartenenza. Non saprei definire questa sensazione. Forse è quel senso di lucanità che uno si porta dentro sempre, che mette nello zaino, nella valigia, nelle tasche. Ieri ho rivissuto quelle stesse sensazioni provate a Scanzano.
Oggi ho pensato alla Lucania del terremoto, alle foto dei giorni seguenti al sisma e in tanto scorrevano le foto della gioia a Matera così come a Potenza.
E mi son messo a sfogliare le pubblicazioni fotografiche di Cartier Bresson, di Pinna e letto qualche pagine di De Martino e Carlo Levi. E pensavo a Rocco Scotellaro, al Albino Piero, ad Assunta Finiguerra, a Leonardo Sinisgalli e ai tanti che non cito.
E penso a quella Lucania così come l'Irpinia, il Cilento il Gargano che hanno mantenuto e che oggi più che mai resistono ai modelli altrui e ricercando dentro se stessi il filo materno con la terra e la propria storia. E penso all'anima di un territorio e pensavo ad Antonio Faccenna e il suo vivere podolico. A Noviello contadino di Montescaglioso. A don Marco Bisceglia. E mi rendevo conto che i nomi e le storie di resistenza sono tante e sottaciute. Storie di uomini che non hanno spezzato le radici ma hanno donato ali, esempi, visioni.
E scorrono i tanti nomi e visi di donne e uomini di amici e conoscenti che ogni giorno ci credono e resistono ma sopratutto rilanciano. Anche quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro. Sopratutto!

Beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici. (Proverbio Arabo) Share

12 ott 2014

il paese di pietra che sa di ginestra

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Il paese di pietra che sa di ginestra


A Gorgoglione, come in tanti altri borghi appesi ai fianchi dell’Appennino, non ci si passa, si va. Si decide di andarci e basta. 
Ci andai che era primavera finita. A giugno precisamente. 
In questo periodo a Gorgoglione, la ginestra avvolge con il suo profumo le strade, le case, gli anfratti, le facciate soleggiate e le scalinate nell'ombra. 
E ingentilisce il carattere severo della pietra.
Qui tutto è pietra. Il paese della pietra è anche il paese in pietra.
Qui la pietra è di casa; qui la pietra ha una storia, possiede una voce. Il rapporto con la gente è un rapporto forte, solido, che si tramanda.
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07 ott 2014

"Ho vista Nina Volare"

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"Con De André giravamo il Sud in cerca di idee, presso Matera c'erano dei vecchi  che separavano la cera dal miele masticandola : ci colpi'  molto vedere usi secolari proiettarsi nel Duemila . 
E fu cosi' che , in 40 minuti, nacque Ho visto Nina volare ".
Ivano Fossati, Perugia, 14 febbraio 2000



E’ vero che la tua collaborazione con Fabrizio è nata da un viaggio che avete fatto insieme? Si è verissimo. La collaborazione che riguarda Anime Salve è partita da un viaggio. Una sera da Milano, in macchina, veramente in quel caso senza sapere dove andare. Non avevamo programmato nulla, sapevamo solo di voler andare al sud, verso la Basilicata, perché eravamo convinti - Fabrizio moltissimo ma anche io - che li avremmo potuto raccogliere delle storie, delle impressioni, parlare con delle persone semplici senza sovrastrutture, senza difficoltà. Ed in effetti fu cosi. Restammo li qualche giorno e con grandissima facilità incontrammo gente con cui parlare. Poi credo che di vicende e di storie che siano finite nelle canzoni ci sia ben poco, ma ugualmente il viaggio fu importante perché comunque, anche se non ricavammo il materiale in materia stretta, ricavammo il modo di raccontarle. In quei giorni era come se ci fossimo sintonizzati su un onda. Invece di metterci a tavolino e fare tanti progetti un po’ freddi, andare da quelle parti, stare insieme noi due e parlare con quelle persone fu come aver creato un codice di scrittura. Come dire: scriveremo storie come queste oppure parleremo in questo modo, ma non ce lo siamo nemmeno detto perché non serviva.(Il viaggio di Ivano Fossati intervista su Rai Storia)




Questa storia mi è arrivata direttamente da Ivano Fossati quando, ad un concerto di vari anni fa, ha introdotto la canzone "Ho visto Nina Volare", scritta insieme a Fabrizio De André.
E' stata una vera e propria Rivelazione. Lo stesso Fossati mi ha confessato di essere stato letteralmente rapito da quella terra e di avervi soggiornato a lungo, con Fabrizio, per alimentare il fiume di poesia portato da quegli enormi affluenti che sono le tradizioni orali di quel posto.
Fabrizio De Andrè ed Ivano Fossati hanno soggiornato spesso a Matera per alimentare il fiume di poesia portato dagli enormi affluenti che sono le tradizioni orali dei territori del materano. 
Entrambi gli artisti sono stati rapiti dal gesto che compivano le donne anziane, le quali masticavano fettine di favo, preparate all’occorrenza, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera. 
Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, pronte per l’uso. Share

05 ott 2014

Il fischio e i richiami al tempo delle cabine telefoniche

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Dalla rubrica domenicale, Quaderno di Campo,  del Quotidiano un racconto sul Fischio e i richiami al tempo delle cabine telefoniche.



Non era uno squillo di un cellulare. 
No, assolutamente no! E nemmeno esisteva.
A quel tempo i telefoni avevano la rotella e dovevi aspettare che si completasse a ritroso il giro prima di fare l'altro numero.
A quel tempo si entrava nelle cabine che sembravano dei confessionali e custodi di chissà quali segreti. Erano contenitori di lontananze, di amori sussurrati, di famiglie distanti.  E la chiave per poter accedere nel mondo di quel confessionale  era il gettone, di quelli marroni e con 2 strisce su una faccia e 1 sull'altra. E che con un gettone ci stavi le ore chiuso in quella cabina. E che non dovevi fare neanche il prefisso se chiamavi in provincia. E che quando si componeva il prefisso significava che era una telefonata importante a qualcuno lontano.

No! Non era il tempo delle suonerie e dei cellulari. Era il tempo dei telefoni a disco e delle cabine a
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01 ott 2014

Giuseppe Camillo Giordano, e del suo essere scienziato e naturalista, non può discostarsi dal suo essere uomo del Sud.

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Riprendo un articolo scritto dal Nuovo Monitore Napoletano

"... il bizzarro contraccolpo subito dal Sud, dopo aver fatto da traino per secoli, consiste proprio nel ritrovarsi a subire, oggi, la conseguenza più amara e pericolosa di una negligenza che aleggia in ogni ambito, come una spada di Damocle, rendendo ogni cosa proverbialmente di difficile attuazione.  
È un’indolenza che parla una lingua afasica e che apre le porte alla rassegnazione e all’oblio.
La ricostruzione della vita di Giuseppe Camillo Giordano, e del suo essere scienziato e naturalista, non può discostarsi dal suo essere uomo del Sud.
E questo, Gianni Palumbo, ornitologo e naturalista, che nella sua Basilicata ha deciso di tornare dopo aver mosso i primi  passi professionali in diverse città del Nord, lo sa bene e altrettanto bene lo mette in evidenza nel caso specifico del suo compaesano.
Giuseppe Camillo Giordano nasce a Pomarico, in Basilicata, nel 1841 laddove, quasi 100 anni prima, era nato Nicola Fiorentino al quale era toccata la stessa sorte di quei tanti giovani intellettuali, tra cui ci preme ricordare in questa sede la direttrice e fondatrice del Monitore Napoletano Eleonora de Fonseca Pimentel che, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della democrazia, avevano sacrificato la propria vita divenendo martiri per un ideale, nonostante quella libertà e quella breve parentesi, quale fu la Repubblica Napoletana del 1799, fu spazzata via in breve tempo lasciando un segno indelebile fatto di sangue e di ideali che muovevano i passi contro l’oscurantismo autoritario e rozzo del potere."
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