Quando ci si domanda che cosa l'intelligenza artificiale stia davvero cambiando nella nostra esperienza, si finisce spesso per restare dentro un orizzonte molto stretto, fatto di compiti che una macchina sostituisce, di professioni che si trasformano, di tempo che si risparmia. È una domanda legittima, certo, ma parziale, perché lascia fuori quasi tutto ciò che conta davvero.
L'antropologia si interroga sul rapporto tra l'uomo e la tecnica fin dalle sue origini. Già negli anni 30 del secolo scorso Marcel Mauss parlava di tecniche del corpo per indicare come ogni gesto, camminare, nuotare, persino mangiare, sia sempre attraversato da un sapere che la cultura trasmette; qualche decennio più tardi André Leroi-Gourhan avrebbe mostrato come l'utensile sia da sempre un prolungamento del corpo e della memoria di una comunità. In questo senso l'intelligenza artificiale non è affatto la prima tecnica a interrogare l'umano, e chi la guarda come una novità assoluta rischia di perdere di vista una storia molto più lunga.
C'è però una differenza che non è solo di grado, ma di natura.
Uno strumento tradizionale prolunga una funzione, il martello prolunga il pugno, la scrittura prolunga la memoria, restando sempre visibilmente altro da chi lo usa. L'intelligenza artificiale invece simula la funzione più propriamente umana che esista, il linguaggio, il giudizio, persino l'ascolto.
Per questo la domanda giusta non è tanto che cosa sappia fare una macchina del genere, quanto che cosa riveli, per contrasto, dell'essere umano.
Ciò che una macchina può imitare ci costringe a chiederci che cosa, in noi, non sia affatto imitabile. È lo stesso spostamento di sguardo che negli ultimi due anni ha compiuto la Chiesa cattolica, scegliendo di trattare l'intelligenza artificiale non come un problema di ingegneria o di mercato, ma come una questione anzitutto antropologica. come vedremo è un terreno su cui si sono ritrovate a dialogare tradizioni religiose e culturali molto diverse tra loro, senza smettere per questo di essere se stesse. Ci sono alcuni tratti della nostra esperienza che rischiamo di smettere di riconoscere non perché scompaiano, ma semplicemente perché smettiamo di esercitarli.
Pensiamo alla corporeità come forma di conoscenza, allo sguardo, al silenzio, al tempo non ottimizzato di un incontro. L'antropologia dei sensi ci ha insegnato da tempo che si conosce anche, e a volte soprattutto, attraverso un corpo che percepisce, si muove, si espone a chi ha davanti. Un sistema artificiale può simulare l'ascolto nel linguaggio che produce, ma non lo incarna mai davvero, non porta sul corpo i segni di chi ha atteso, di chi ha sofferto insieme a un altro essere umano.
C'è poi la tolleranza per l'attesa, per la soglia, per l'errore, che l'antropologo Victor Turner ha descritto studiando i riti di passaggio delle società tradizionali, capaci di affidare all'esperienza un tempo sospeso, la liminalità, in cui l'identità si trasforma proprio perché non è ancora definita, perché si sta attraversando un margine. In fondo il lutto, l'apprendimento, l'innamoramento sono piccoli riti di passaggio quotidiani e maturano solo in un tempo che nessuno può accelerare.
Un'interfaccia costruita per rispondere subito rischia invece di cancellare proprio queste soglie, restituendoci un mondo senza margini, in cui tutto sembra già risolto prima ancora di essere davvero attraversato.Vale la pena pensare anche all'opacità dell'altro.
Ci stiamo abituando a interlocutori sempre disponibili e sempre coerenti, mentre la persona reale resta ambigua, contraddittoria, a volte incomprensibile, ed è proprio questa opacità a rendere necessaria l'interpretazione, cioè la relazione stessa. Se perdessimo la pazienza per il mistero di chi abbiamo davanti, finiremmo per scambiare l'ottimizzazione di una relazione per la relazione in sé.Non meno importante è la gratuità del gesto.
Quando ogni scambio viene tracciato, valutato, reso misurabile, si indebolisce quel fondamento della fiducia sociale che Marcel Mauss, nel suo celebre saggio sul dono, individuava nell'obbligo, sentito da ogni comunità umana, di dare, ricevere e ricambiare: un circuito che tiene insieme le persone proprio perché non è mai un calcolo esatto, ma qualcosa che eccede sempre il calcolo. Anche la trasmissione incarnata della memoria merita attenzione.
Lo storico delle religioni Jan Assmann distingueva una memoria comunicativa, affidata alla voce di chi ha vissuto certi fatti e che dura al massimo tre generazioni, da una memoria culturale, fissata invece in testi, monumenti, riti. Un archivio digitale appartiene pienamente solo a quest'ultima: conserva contenuti, ma non la voce tremante di chi racconta, non i silenzi con cui una famiglia o una comunità scelgono che cosa trasmettere e che cosa invece tacere. Rischiamo così un'abbondanza crescente di memoria culturale accanto a una povertà altrettanto crescente di memoria comunicativa, quella fatta di voci vere.
Infine c'è la fatica del significato.
Quasi tutto ciò che un sistema di intelligenza artificiale ci restituisce è già interpretato, già confezionato in una risposta plausibile, e questo rischia di disabituarci a uno sforzo faticoso ma proprio dell'essere umano, quello di dare da soli un senso a ciò che ancora non lo ha.
Non è un caso che diversi di questi temi siano finiti al centro della riflessione più recente della Chiesa sull'intelligenza artificiale, un dialogo che come vedremo ha coinvolto non soltanto il cattolicesimo, ma le grandi tradizioni religiose del mondo.
Per capire dove si colloca oggi quella riflessione conviene fare un passo indietro fino al 1891, quando Leone XIII pubblicò la Rerum Novarum, il testo all'origine della dottrina sociale della Chiesa, scritto per rispondere alla prima rivoluzione industriale e alle sue conseguenze sulla dignità del lavoro.
Non è un caso che il nome scelto dall'attuale pontefice, Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, eletto l'8 maggio 2025, richiami esplicitamente quel testo. Nei primi discorsi ai cardinali il nuovo Papa ha indicato proprio nell'intelligenza artificiale un'altra rivoluzione industriale, capace di porre sfide analoghe alla difesa della dignità umana, della giustizia, del lavoro. Più che un omaggio storico, è la dichiarazione di un metodo, quello di leggere l'innovazione tecnologica a partire dalla persona concreta e dal lavoro reale, e non dall'efficienza del sistema.
Un primo passo in questa direzione arriva il 28 gennaio 2025, nella memoria liturgica di san Tommaso d'Aquino, quando il Dicastero per la Dottrina della Fede e il Dicastero per la Cultura e l'Educazione pubblicano, ancora sotto il pontificato di Francesco, la nota Antiqua et Nova sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Il documento, che si sviluppa in centodiciassette paragrafi, distingue con cura l'intelligenza umana, capace di comprendere il senso delle cose e non soltanto di elaborarne i dati, da un sistema che per quanto sofisticato resta comunque un prodotto dell'intelligenza umana, mai una sua forma autonoma.
Da qui nasce un avvertimento di evidente portata antropologica: il rischio vero non è che una macchina arrivi davvero a pensare, ma che l'essere umano si lasci convincere di poter essere sostituito, riducendo così se stesso a un semplice elaboratore di dati. Il testo non si ferma alla definizione dei termini, ma attraversa ambiti molto concreti come l'educazione, l'economia, il lavoro, la salute, le relazioni personali, chiedendo in ognuno di essi che l'intelligenza artificiale resti uno strumento complementare, mai un sostituto del giudizio, della responsabilità, della cura che restano proprie della persona.
Tocca anche la sorveglianza digitale, capace di arrivare fino all'interiorità e alla coscienza di ciascuno, e la cura di quella che la Chiesa chiama la casa comune, ricordando che pure l'infrastruttura materiale dell'intelligenza artificiale, fatta di energia, di risorse, di hardware, comporta un costo ecologico reale, non solo simbolico.
Il passo più clamoroso arriva però il 25 maggio 2026, quando Leone XIV compie un gesto senza precedenti nella storia recente della Chiesa: si presenta di persona alla conferenza stampa della propria prima enciclica, Magnifica Humanitas, firmata dieci giorni prima, proprio nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum. Sceglie di farlo non nella consueta sala stampa vaticana, ma nell'aula del Sinodo, e non si fa accompagnare da capi di Stato o da amministratori delegati, bensì da un ricercatore che studia l'interpretabilità dei modelli di intelligenza artificiale, da due teologhe e da due cardinali. Già la scelta di chi siede su quel palco è un messaggio chiaro: per Roma la questione dell'intelligenza artificiale non è né tecnica né diplomatica, ma anzitutto antropologica.
L'enciclica tocca temi che qualsiasi convegno di antropologia riconoscerebbe come propri.
Parla delle armi autonome, il cui uso militare viene descritto come una dinamica capace di ritorcersi contro chi la mette in moto.
Parla della dignità del lavoro, minacciata non tanto dalla scomparsa di alcuni mestieri quanto dal rischio che quelli rimasti si svuotino di senso.
Parla di un colonialismo digitale, cioè della dipendenza di intere regioni del mondo da infrastrutture e modelli pensati altrove, senza che chi li subisce abbia voce in capitolo.
Parla della concentrazione tecnologica in poche mani, avvertendo che automatizzare il mondo intero lasciando a pochissimi le risorse per vivere al di là della pura sopravvivenza costituisce un problema enorme, non un dettaglio da correggere in seguito.
Parla infine del transumanesimo, la tentazione di ridefinire l'umano attraverso la tecnica invece di custodirlo così com'è, fragile e limitato.
C'è anche un dettaglio minore ma eloquente. Alla proposta di realizzare un papa virtuale, un avatar capace di rispondere ai fedeli online, Leone XIV ha risposto di no, osservando che se esiste una figura che non dovrebbe mai essere rappresentata da un avatar, quella è proprio il Papa.
È un modo semplice per ricordare che la presenza, l'unicità, l'irripetibilità di una persona non si lasciano simulare, per quanto perfetta possa diventare la simulazione. Se la domanda che ci interessa qui è come si possa costruire un dialogo tra culture e valori diversi senza rinunciare alla propria identità, l'intelligenza artificiale offre già un caso concreto da osservare, e non riguarda soltanto il mondo cattolico.
Il 28 febbraio 2020 la Pontificia Accademia per la Vita, insieme a Microsoft, IBM, alla FAO e al governo italiano, firma a Roma la Rome Call for AI Ethics, un appello che si muove su tre assi, l'etica, l'educazione, i diritti, e che parte dalla Dichiarazione universale dei diritti umani per chiedere uno sviluppo dell'intelligenza artificiale trasparente, inclusivo, responsabile. I promotori hanno chiamato questo approccio algoretica, un'etica pensata fin dalla progettazione degli algoritmi, non aggiunta dopo come un correttivo. Ciò che rende davvero interessante questo documento, dal punto di vista di chi studia le culture e le religioni, è quello che è successo dopo. Nel gennaio 2023 la Call viene sottoscritta anche dal rabbino capo Eliezer Simha Weisz, a nome del Rabbinato Centrale di Israele, e dallo sceicco Al Mahfoudh Bin Bayyah, segretario generale del Forum per la Pace di Abu Dhabi, a nome del mondo islamico. Per la prima volta le tre religioni abramitiche si trovano a firmare insieme un testo sull'etica delle macchine. Diciotto mesi più tardi, il 9 e il 10 luglio 2024, l'adesione si allarga ulteriormente a Hiroshima, scelta non a caso come luogo simbolico dell'incontro tra tecnologia distruttiva e ricerca della pace, dove leader di undici tradizioni religiose, tra cui il buddhismo, l'induismo, lo zoroastrismo, la fede bahá'í, firmano lo stesso appello accanto ai rappresentanti abramitici, davanti a governi e grandi aziende tecnologiche.
Dal punto di vista antropologico il dato interessante non è che le religioni abbiano raggiunto un accordo dottrinale, perché non lo hanno fatto e nemmeno lo cercavano, ma che abbiano trovato, proprio sul terreno specifico dell'intelligenza artificiale, un linguaggio comune sufficiente a formulare insieme delle richieste, restando ciascuna profondamente ancorata alla propria tradizione, ai propri testi, alla propria autorità. È un esempio molto concreto di quella che potremmo chiamare un'interculturalità attiva, diversa sia dal multiculturalismo delle caselle separate che si limitano a coesistere, sia dal sincretismo che scioglie ogni differenza in un'unica religione indistinta.
È piuttosto un incontro in cui l'identità di ciascuno resta perfettamente leggibile proprio mentre si costruisce, insieme ad altri, uno spazio comune di responsabilità. Chi si occupa di antropologia riconoscerà in questo percorso ecclesiale una convergenza con alcuni dei propri assi portanti.
La descrizione densa di Clifford Geertz insegna che comprendere un fenomeno culturale significa restituirne i significati, non soltanto misurarne le funzioni: è esattamente il principio con cui Antiqua et Nova chiede di guardare all'intelligenza artificiale a partire dal senso che essa ha per una persona concreta, e non solo dalla sua efficienza.
L'idea, cara a Claude Lévi-Strauss, che l'alterità funzioni come uno specchio, che comprendere l'altro ci renda più consapevoli di noi stessi, trova un corrispettivo preciso nell'insistenza della Chiesa sul fatto che la vera domanda posta dall'intelligenza artificiale non riguarda le macchine, ma l'uomo che le costruisce e le usa.
E l'avvertimento di Leone XIV sulla concentrazione tecnologica come minaccia alla giustizia sociale dialoga apertamente con quanto l'antropologia economica, a partire da Mauss, ha sempre sostenuto: una comunità si regge sulla reciprocità, non sulla pura accumulazione.
La vicenda della Rome Call aggiunge a questa convergenza teorica un tassello molto concreto. L'antropologia contemporanea, dopo aver messo in discussione un relativismo troppo ingenuo, propone un dialogo che parte dal riconoscere la propria posizione, quella riflessività del ricercatore sul campo di cui tanto si è discusso, come condizione per un incontro davvero onesto con chi è diverso da noi. Ed è esattamente il metodo che ha reso possibile l'adesione di undici tradizioni religiose diverse a un unico appello sull'intelligenza artificiale: nessuna ha dovuto rinunciare alla propria visione del mondo, alla propria idea di persona o di trascendenza, per riconoscere insieme alle altre che la dignità umana, davanti alle macchine, merita una difesa comune. Se dovessi racchiudere in un'unica immagine il filo che lega tutte queste riflessioni, direi questo. La tecnologia rischia di farci scambiare l'efficienza di una relazione per la relazione stessa, mentre l'antropologia, il magistero più recente della Chiesa, e persino l'inedita alleanza interreligiosa nata attorno alla Rome Call, ci ricordano tutti la stessa cosa: l'umano si costruisce proprio nell'attrito, nel tempo che non si può comprimere, nell'errore che non si può evitare, nell'altro che resta irriducibilmente diverso da noi e che magari prega un Dio diverso dal nostro, oppure non ne prega nessuno.
Recuperare questo sguardo è la condizione necessaria perché la pluralità delle culture, delle lingue, delle fedi possa restare un dialogo tra persone, senza dissolversi in un semplice scambio di funzioni tra sitemi.
Fonte:
https://substack.com/home/post/p-214411975
