19 mag 2009

Un poeta ...di strada

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Francesco G., è una anziano che vive nel centro storico di Bernalda. Lo incontri nei pomeriggi d'estate sul muraglione della piazza , giù al castello,( abbasch u castiedd) a godere della brezza pomeridiana, alla ricerca di un soffio fresco che dia tregua al caldo torrido che in quei giorni avvolge il paese.
Insieme ad altri compagni di memorie appoggiati al muraglione spingono lo sguardo sul val basento che spazia dalle montagne potentine ai lidi jonici.
Forse inoltrano i pensieri indietro nel tempo, alla ricerca di frammenti memoria e sensazioni. Le sere d'estate, invece, lo si incontra seduto sulla sua sedia di legno e paglia, all'angolo di casa sua in corso Italia e a nessuno nega un saluto.
Questi 2 video sono stati realizzati, penso, da due turisti che incontrandolo e sono rimasti colpiti dal personaggio e han deciso di fermare nel tempo le parole di questo uomo.
Ho trovato su Youtube questi video e da subito mi han colpito le parole piene di amore e di dolcezza di quest'uomo.
Un poeta che, come tanti la vita, ci ha nascosto.

Posto i video e allego la traduzione. Video 1
Introduzione: Tengo la bellezza di 85 anni, quando nella mia qualità di persona cominciò ad entrare l'interpretazione d'amore, la prima ragazza che incontrai...si chiamava Vita e le prime espessioni furono queste:
Poesia 1 
"Vita della mia vita con entusiasmo vengo a chiederti la mia parola d'amore sentiamo il vero cuore il cuore mi risponde di si! Vorrei portarti fino alle stelle Con te ovunque sempre."

 



Video 2
Poesia 2:  
"A prima vista i vostri occhi mi dicono che non potrete essere verso di me tanto crudele Lo iscrivo in ... e la bellissima immagine e di questo... ho deciso di volerti chiaramente parlare. Abbiate peròla gentilezza di dirmi se siete impegnata e se la vostra bellezza è stata da qualche impegno conquistata Io ho 35 anni son capace di spingere nel più profondo del cuore il mio amore per dimenticare il fiume(?) L'accarezzerei e mi contenterei di posare le bianche mani sotto il firmamento stellato pieno di suggestioni e ombre(?) Che bello! Mentre le vostre rose vi accarezzerebbero le pallide mani."


 

Video realizzati a Bernalda(MT), il 01 maggio 2009 autore Blustark Share

7 mag 2009

Il Cappellino di ...Giuseppe Marco Albano

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Bravo! Ma che bravo! queste sono state alcune risposte ricevute quando ho chiesto dei pareri sull'ultima...fatica di Giuseppe Marco Albano, giovane lucano di belle speranze. Sembra che il talento non gli manchi, speriamo nella fortuna che accompagna i predestinati e sopratutto nella SUA voglia di non fermarsi per continuare a migliorare. Il talento c'è ma da solo non basta e a quanto pare lo spirito di sacrificio e abnegazione sembra appartenere al novello regista. (Nella foto Giuseppe Marco Albano) Altri più competenti di me han detto del cortometraggio" ...Recensire un cortometraggio non è un’operazione tanto semplice. L’approssimazione, la stringatezza o l’ampollosità, le ostentate (e spesso vacue) competenze tecniche, le trappole innescate da locuzioni troppo audaci, sono appannaggio di chi è avvezzo a sdilinquirsi nel commento dei cosiddetti lungometraggi’, e che in buona sostanza ama definirsi e farsi definire un critico’. Non mi sto certo avventurando in un pubblico reprimenda contro il popolo dei critici (di cui ammiro una discreta quantità di esponenti), ma è mia intenzione avvisare i lettori che le parole che spenderò a seguito di questa mia piccola introduzione non appartengono alla categoria delle recensioni propriamente dette (e universalmente condivise); costituiscono bensì uno sguardo amorevole – e moderatamente competente – sul lavoro di un ‘collega’, di un amico, che è stato in grado di donarci in soli quindici minuti un balocco prezioso, un piccolo monile di finissima fattura...(leggi tutto)
Ma la cosa che più di tutte mi ha indotto a parlare di lui, io che non amo parlare della gente ma solo dei prodotti culturali che essa ( o la sua espressione culturale) propone, è l'idea di magia , di quel real-meraviglioso di ispirazione latino americana che è rintracciabile e tracciabile anche in una terra che fa del sogno e dell'onirico una sua peculiarità. Aspetti che ho descritto in precedente post. Una terra che si può definire dimensione anzichè territorio. e da questa dimensione appaiono e si manifestano , in una epifania, segni di chi questa dimensione la vive e la percepisce. Aggiungo altro commento, non mio, sull'opera..." ..sembra proprio frutto di una magia: i meccanismi razionali, freddi, su cui la cinematografia impianta i suoi processi produttivi mal si confanno alla poesia di questa fiaba moderna (sognata più che raccontata), le cui pagine illustrate trasudano creatività e disincanto, e in cui il grottesco popolo degli orchi e delle streghe cede il posto alle invisibili forze del male.
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30 apr 2009

Giovanna, Napoli, l'ovo magico e Muro Lucano

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Il 16 gennaio 1343 muore Roberto, che la tradizione popolare volle definire “il Saggio”, e quasi come sempre accade nei corsi e ricorsi della storia, cominciò per la dinastia una serie di grossi guai. Gli successe, infatti, la nipote Giovanna, salita al trono all’età di sei anni. Con il passare degli anni si dimostrò una donna alquanto frivola e poco affidabile. Per volere del nonno, aveva sposato Andrea d'Angiò, fratello del re d'Ungheria. Il principe consorte tuttavia dopo pochissimi anni venne trovato
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7 apr 2009

Il made in Italy della terra C'è un tesoro nascosto nei campi

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Il made in Italy della terra C'è un tesoro nascosto nei campi di CARLO PETRINI L'ITALIA agricola è un "Paese per vecchi". Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Verrebbe quasi spontaneo lanciare un appello ai giovani: "Uscite dai call center, andate nei campi!". Fatevi il favore di un lavoro meno precario, più creativo, più gratificante, dove siete i padroni di voi stessi, per ritrovare un sano rapporto con il mondo. Bisognerebbe pensare e parlare non solo di crisi dell'agricoltura, ma di agricoltura come una delle possibili vie d'uscita dalla crisi. La formula purtroppo però non è così scontata, perché evidentemente in Italia tornare alla terra o continuare il lavoro di padri agricoltori non è facile: il Paese, preso dall'ansia di rilanciare i consumi, l'industria e l'edilizia, un'opzione del genere neanche se la immagina. O se la immagina male. I commenti di alcuni politici, in questo periodo, ricordano la vecchia pubblicità di un'azienda di pennelli. L'ingenuo manovale diceva: "Per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande" e quasi stramazzava sotto il peso di un arnese così gigantesco da non essere funzionale. È la logica che guida quanti oggi si precipitano a spiegare che la crisi è "globale" e tali devono essere le soluzioni: grande scala, impatto internazionale, industria, potenziamento dell'export... Al contrario, si arriva addirittura a dileggiare le soluzioni che individuano percorsi locali, cicli brevi, potenziamento delle filiere corte, delle reti e delle economie locali: soluzioni leggere, rapide, partecipate ed immediatamente efficaci. In questo modo ci si dimentica che le nostre campagne si stanno spopolando come non mai e nemmeno si aiutano i giovani con i giusti incentivi o lo snellimento di pratiche burocratiche sempre più vessatorie. L'agricoltura in Italia determina la formazione del 15% del Pil relativo all'agroalimentare, dà lavoro al 4% della popolazione occupata. Gli addetti sono in costante calo: 901mila nel 2008, 924mila del 2007 e 982mila nel 2006. I giovani sono il 2,9% del totale, anche qui, di lunga molti meno che in Francia e Germania (7,5% circa in entrambi i Paesi). Sono dati che dovrebbero calamitare l'attenzione non solo di chi governa, ma in generale di chi vuole comprendere e analizzare le pieghe dell'attuale crisi e, allontanandosi dagli slogan, provare a capire come sta funzionando il Paese in questo periodo, come si stanno comportando le persone, le aziende, i consumi, le vite reali. Invece un malinteso senso della modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno nazionali, ma preferibilmente internazionali. Il che significa filiere lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa, sostanzialmente, ulteriore industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità, concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a quelle di chi coltiva e consuma. La parola magica è "competitività", e quindi "export", ovviamente riferito al "made in Italy". Propongo di guardarlo in faccia il "made in Italy" del cibo, e di guardargli anche le mani, le scarpe, le rughe, le aziende. Guardiamo anche gli estimatori del made in Italy. Non ci sono solo quelli che lo apprezzano da casa, acquistando i prodotti italiani o che presumono essere tali. Ci sono anche, e sono tanti, quelli che vengono in Italia non per ammirare le autostrade, le ferrovie, i porti grazie ai quali esportiamo il made in Italy, ma per sentirsi accolti da una cultura legata a prodotti, sapienze e gesti che hanno dato vita a paesaggi, comunità e solide economie. Vengono per stupirsi, ogni volta, della straordinaria varietà che il nostro mondo rurale e gastronomico può offrire. Possibile che tutto questo non conti niente? Possibile che tra i tanti incentivi e appoggi finanziari, o per lo meno facilitazioni, non ce ne possano essere anche per chi è attirato da questo mestiere, certo faticosissimo, ma di grande futuro? Invece no, si dice che il settore non è competitivo, che le nostre aziende, sempre più vecchie, sono troppo frammentate, che ci vorrebbe maggiore concentrazione: più agricoltura industriale di grande scala, meno persone nelle campagne. E poi si porta ad esempio, per esaltare il made in Italy, il settore del vino. Ma è proprio sulla frammentazione, sulla diversità dei territori e di tante piccole aziende creative e innovative, tutte concentrate sulla più alta qualità, che il vino italiano ha costruito i suoi successi. La stessa cosa dovrebbe avvenire, essere promossa e finanziata, per tutti gli altri settori agricoli, per tutte le produzioni che possono fare della diversità e del radicamento sul territorio il loro punto di forza: ciò che non a caso ha reso fino ad oggi grande la nostra agricoltura e la nostra gastronomia, ciò che ha generato quell'appeal che si chiama anche "made in Italy". Non è solo sulle esportazioni che bisogna puntare: è sulla capacità dei nostri territori rurali di essere al servizio del Paese, a condizione che anche il Paese si metta al loro servizio. Disoccupazione? Il Ministro dell'agricoltura giapponese ha finanziato per 800 persone che hanno perso il lavoro uno stage di 10 giorni per imparare a produrre e vendere ortaggi e frutta. Dopo il corso formativo i disoccupati lavoreranno per un anno in villaggi agricoli. Dall'altra parte del Pacifico, il dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato l'apertura di circa 300mila nuove aziende agricole negli ultimi anni. Una tendenza favorita dal programma per l'agricoltura definito dal nuovo presidente degli Stati Uniti: incoraggiare tramite detassazioni e finanziamenti agevolati i giovani a diventare agricoltori, incentivare l'agricoltura locale, sostenibile e biologica, promuovere le energie rinnovabili, assicurare la copertura della banda larga nelle aree rurali, migliorare le infrastrutture nelle campagne ed estendere l'obbligo di indicare l'origine degli alimenti in etichetta per consentire di distinguere il proprio prodotto da quello importato. Noi invece vogliamo più cemento, più villette, più aziende agricole concentrate nelle mani di imprenditori sempre più vecchi, che rifiutano addirittura di farsi chiamare "contadini" e che diventano campioni di un sempre più anonimo export. Se dal 4% di occupati in agricoltura si provasse a passare anche solo al 5% o al 6%, come cambierebbe questo paese? Perché nessuno scommette sul settore, perché non si potenziano i mille rivoli di economia e produzione virtuosa che l'agricoltura di piccola e media scala consente? L'agricoltura italiana di qualità non può, non deve e soprattutto non vuole diventare "un paese per vecchi": occorre dare valore all'entusiasmo che oggi tanti giovani potrebbero mostrare per l'attività, considerando seriamente il comparto come uno dei più sani e potenti mezzi per reagire alla crisi. Anche così il made in Italy eviterà di diventare un'etichetta inutile e vuota, e sarà sempre meno facile imitarlo. Share

27 mar 2009

I NUZASIT a San Costantino Albanese

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La festa più suggestiva di S.Costantino Albanese è quella della Madonna della Stella, che si celebra la seconda domenica di maggio, la cui statua viene portata tre settimane prima dal santuario alla chiesa madre in paese. In occasione di questa festa vengono preparati cinque pupazzi in cartapesta, i nusazit appunto (che alla lettera significa "sposini"), a grandezza naturale e raffiguranti una coppia in costume albanese, due fabbri e il diavolo. Il diavolo è raffigurato secondo la tradizione di S.Costantino, ossia con due facce, quattro corna, i piedi a forma di zoccolo di cavallo, la forca e la catena del paiolo, detta kamastra. I cinque pupazzi sono montati e messi in movimento da alcune ruote piene di petardi: i fabbri compiono l'atto di picchiare sull'incudine, gli altri personaggi girano su se stessi e alla fine scoppiano tutti. I nusazit vengono accesi all'inizio della processione, quando la Madonna esce dalla chiesa: dapprima viene dato fuoco ai due fabbri posizionati al centro della scena, poi all'uomo e successivamente alla donna nel tipico costume albanese, lo stullite; solo per ultimo tocca al diavolo. Dopo l'ultimo botto attacca la marcia della bande che accompagna la Madonna per le vie del paese: anche qui, come in molti altri paesi lucani e del sud Italia in genere, ragazze nubili precedono la statua portando sul capo piccoli castelletti di candele (gli scigl), chiedendo alla Madonna la propiziazione del matrimonio. Le donne al seguito della statua della Madonna intonano per tutta la processione preghiere in lingua albanese. L'ultima tappa della processione consiste nel riportare la Madonna nelle chiesetta in collina fuori dal paese. Un altro pupazzo di cartapesta, raffigurante un cavallo col cavaliere (kali), pieno anch'esso di petardi, viene trasportato con passo saltellante da un uomo al suo interno e infine acceso la sera della vigilia. L'usanza dei nusazit non è albanese, anche se gli albanofoni di queste terre gli hanno dato un nome nella loro lingua che ormai li identifica, ma si racconta che, a importare la tradizione, sia stato, in tempi ormai lontani, un emigrato di ritorno dal PollinoIn occasione della festa, la statua della Madonna della Stella viene condotta nella chiesa Madre. Il rituale prevede la preparazione di cinque fantocci di cartapesta, i "nusazit", che raffigurano: una coppia in abiti tradizionali albanesi, due fabbri e un diavolo bifronte. fonte: http://www.terredelmediterraneo.org/itinerari/s_costantino.htm Share

17 mar 2009

lucania dedicato a Scotellaro santilio

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" e la mia patria è dove l'erba trema"

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16 mar 2009

Lucania paesaggi di gianni santilio

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Gianni Santilio, lucano di Pisticci, (ma se non ho perso qualche suo passaggio, in questo periodo, dovrebbe risiedere a Torino) bravo fotografo, gioca con le luci e le atmosfere dei paesaggi lucani. Share

11 mar 2009

Bernalda e le storie di Palazzo Ammicc

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Questa leggenda narra di una famiglia ricca che abitava in un grande palazzo del centro storico di Bernalda. Nel palazzo ci vivevano altre famiglie,al piano terra c’era un grande atrio dove i bambini potevano giocare e dove gli abitanti dello stesso palazzo, per lo più contadini, vendevano ciò che coltivavano nelle loro campagne. Il proprietario non faceva pagare il fitto ma in cambio voleva che gli inquilini dell’edificio si occupassero dei suoi terreni. Prima di morire nascose tutto il suo oro in un posto segreto del palazzo. Si racconta che, per avere questo tesoro, nel quale c’era
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10 mar 2009

C'era una volta IL Carnevale a Montalbano

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Baffi di Carbone Carnevale, un tempo, lo sentivi arrivare tra le zaffate, della tramontana, con suoni, canti e grugniti di maiale. Ne era investito l’abitato e la festa andava per le lunghe prendendo parte del giorno dopo, quando con le prime luci dell'alba, gruppi di persone, dal passo incerto per le forti libagioni, mascherati con indumenti in disuso e baffi ricalcati con il carbone, cercavano di raggiungere la propria dimora. La serata era trascorsa a casa del compare che, prima restio ad aprire la porta, si era, poi deciso benevolmente dopo la cantilena «vegn a cantà vicin a stu purtone, iauziti patrune e piggh u buttigghione», accompagnata dal suono monotono del «cupa-cupa». La tavola era imbandita- nel paiolo il bollito con la verdura, sulla brace costate e fegato, nel tegame cotica con carne e spezie. Davanti ad ogni commensale la fiaschetta di vino novello, ottenuto da uve maritate» in giuste proporzioni, succo secco e profumato, spremuto dallo Zibibbo, dalla Malvasia, "Sangiovese e da una manciata di uva fragola per il tono frizzante. Una tavola pantagruelica, attesa per un anno e da raccontare sino all'anno nuovo, dove il salame prendeva il Posto d'onore non a caso ricordato dalla seconda strofa della cantilena carnevalesca: «Vegn a cantà vicino a stì pitrizzi, iauziti patrune e pigli u sauzizzi». L’ingresso ufficiale del carnevale coincideva con il 17 gennaio e con i riverberi dei falò accesi nei rioni in onore di S. Antonio Abate. La tradizione voleva, tra un misto di sacro e di profano, l'intercessione del santo protettore degli animali perché il «mal rossino» rimanesse fuori dell'abitato e il maiale crescesse sano con carni sode e rosee. Allora, accanto all'uscio di casa, addossato al muro, c'era il truogolo e il paletto al quale si legava il maiale per impedire che si allontanasse. Era lì che ingrassava: il grugno sempre nel pastone preparato con farina di granturco, ghiande ed erbe selvatiche carnose che, ancora oggi, crescono nei dirupi cretosi. Generalmente ogni famiglia allevava due maiali: uno perché in casa, per tutto l'anno ci fosse carne e condimento e il secondo per far fronte alle spese di locazione o per acquistare l'occorrente per vestirsi a nuovo. Con l'autunno, alla potatura, venivano ammucchiati i rami recisi abilmente dal contadino per rinnovare la pianta. Nei primi giorni di gennaio, gli arbusti venivano trasportati in paese e i grossi carichi di sterpi, tra tante difficoltà, venivano ammucchiati nelle piazze e nei larghi per essere dati alle fiamme nella serata del 17. Una folla di grandi e piccoli erano intorno alle fiamme che si elevavano sempre più alte, a superare i piani delle case circostanti ma soprattutto i falò degli altri rioni per conquistare il diritto di offrire a Sant' Antonio Abate il maialino dell'ultima nidiata. Veniva allevato un po' da tutti. Con le orecchie mozzate (segno di riconoscimento) poteva girare per le vie del paese e porre il grugno nel truogolo e saziarsi liberamente senza essere scacciato. Cresceva e dopo un anno veniva macellato con il carnevale e le carni distribuite ai poveri. Il fuoco aveva anche un significato di incontro. Man mano che le fiamme scemavano, si facevano largo e prendevano i primi posti, attorno al fuoco, i giovani. Era l'inizio di una gara di prodezze. Le ragazze erano in circolo, addossate alle mamme a nascondere le emozioni quando, con una breve rincorsa il giovane saltava attraverso le fiamme e, superando la brace ardente, tra un misto di viva partecipazione e di tremore da parte delle giovani donne, si trovava dall'altra parte. Nascevano così le prime simpatie che, sino all'anno nuovo, si mutavano in storie d'amore e i novelli fidanzata, all'accensione dei nuovi falò erano solo spettatori. A tarda sera la brace veniva portata in casa: entrava il calore e la benedizione del santo. L’indomani unica testimonianza del grande falò il selciato bruciacchiato: la cenere, alle prime luci dell'alba veniva riposta in sacchi, trasportata in campagna e sparsa tra le piante perché il frutto fosse abbondante e sano. Il Carnevale comunque pur nella sua semplicità rompeva la monotonia di giorni uguali, fatto di lavoro e di stenti e con un rimpianto profondo terminava e si accettava la Quaresima con un misto di contrasti, finendo però per osservare, con umile ubbidienza, questo periodo di astinenza e privazioni. Il giorno successivo alla «morte di Carnevale» nei vicoli, alle finestre, su un filo teso tra balconi, appariva «Quaremma»: una vecchia in gramaglie, ricavata da resti di stoffe, con lana e fuso, simboli di lavoro e sobrietà ed ancora peperoni secchi, una cipolla, un'aringa affumicata, quale monito alla frugalità ed alla parsimonia. Tradizione che affonda le radici nel mondo della mitologia perché c'è chi ritiene «Quaremma» una delle Parche che fila il filo della vita, stando sempre pronta a reciderlo. Quaremma la si accettava e con la sua presenza c'era l'osservanza alla moderazione, all'economia, al ritiro, alla purificazione del corpo e dell'anima. Cose che oggi fanno sorridere, ma allora avevano il loro fascino legato alla vita del tempo. http://utenti.lycos.it/slltt/Tamerici53.htm dal libro : Tamerici di Enzo Palzzo Share

4 mar 2009

Pietrapertosa e il carnevale

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A Pietrapertosa, paesino delle Dolomiti lucane, giunto alla notorietà per le attività che si svolgono in cielo e mi riferisco al volo dell'Angelo, esistono eventi tradizionali che si sviluppano sulla...terra, tra le vie del borgo. Uno di questi è il Carnevale con la sagra della Rafanata ( specie di frittata con la radice del rafano e pecorino).
Il martedì grasso i festeggiamenti si concludono con il processo al Carnevale che, punzecchiato dal Diavolo con il volto nerofumo e corna caprine, e rimpianto da sua moglie Quaremma, viene inesorabilmente condannato al rogo. La sagra della Rafanata, tortino tipico del carnevale a base di patate e rafano, chiude i festeggiamenti.
..."Durante il periodo di Carnevale gruppi di bambini girano per
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Cirigliano e il Carnevale

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A Cirigliano il corteo celebra la morte di Carnevale e la nascita del nuovo. Anche qui un suono assordante di campanacci introduce i festeggiamenti carnevaleschi: le strade si riempiono di figuranti in costume che sfilano, incarnando i mesi dell'anno. Questa rappresentazione, a metà tra il sacro ed il profano, affonda le sua radici nel medioevo, ed è molto sentita nella cittadinanza. La processione carnevalesca procede al suono di campanacci e tra lanci di coriandoli. La sfilata è aperta da pastori, simbolo della comunità locale, e da personaggi che, ricoperti dalle bianche vesti di improbabili e blasfemi preti, precedono con in mano una croce ed il teschio di un bovino. Emaciato e ben vestito il feretro di Carnevale, come ogni cadavere che si rispetti, viene trasportato a spalla per le vie del paese. Il personaggio, spesso impersonato da un giovanotto in carne ed ossa dal volto ‘infarinato’, e i suoi portatori non disdegnano, durante il trasporto, l'offerta di vino nuovo proveniente dai compaesani, vino che si stura proprio a febbraio. Segue la vedova di Carnevale, ‘Quaremma’, che urla e si dispera, ben sapendo però che il congiunto è già pronto per risorgere tra i festosi schiamazzi di coloro che non sanno rassegnarsi alla fine della festa. Al termine del corteo funebre, che saluta i lazzi carnevaleschi fino all'inverno dell'anno prossimo, un fantoccio di paglia prende il posto del figurante sul rogo; un rito propiziatorio per la stagione primaverile che sta per sopraggiungere affinché sia fertile e proficua per le campagne. A fine corteo c’è il riproporsi dell'offerta propiziatoria e, nell'avanzare della notte, i bagordi, prima dell'arrivo del mercoledì delle ceneri. Vedi le foto --> fonte: http://www.cirigliano.org/eventi.htm http://digilander.libero.it/clfanzine/Cirigliano.htm morte del Carnevale Share

2 mar 2009

Ferrandina e il carnevale...

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Il Carnevale ...a Ferrandina, non si è sviluppato, o è andato irrimediabilmente perduto; Le poche notizie che abbiamo di antiche celebrazioni ci sono fornite dal Canonico Don Nicola Caputi che, nel suo cenno storico su Ferrandina, pubblicato nel 1859 ricorda che alcuni “individui, con grosse chiazze nere sulla faccia, con cappelloni laceri e malconci sulla testa…” [...] "ballavano e bevevano nelle strade e che altri ben vestiti rappresentavano" [...] “qualche tratto di storia profana o di mitologia, eseguendo concerti di ballo e gettando confetti ai curiosi intervenuti…” E dallo stesso reverendo Salvatore Centola nel suo libro su Ferrandina, pubblicato la prima volta nel 1931, che richiama espressamente e brevemente l’usanza delle serenate. Anche se fa cenno ad una usanza del giorno delle Ceneri, in cui due fantocci imbottiti di paglia: uno rappresentante Carnevale morto e l’altro una vecchiaccia, la Quaresima, l’uno con a fianco un fiasco, peperoni, salacche ecc., l’altra con attrezzi da lavoro: fuso, conocchia, aspo, arcolaio… venivano sospesi ad una corda tesa nelle vie, ad ammonire che il tempo delle gozzoviglie è passato e che subentra il tempo dell’astinenza e della fatica. Tornando alle serenate: queste erano accompagnate dal cupa cupa, per le strade ed erano impostate su richieste di cibo in cambio del canto, anche in applicazione di una formula rituale ben precisa, che è quella della richiesta che non può essere evasa con un rifiuto che sarebbe una grave “mancanza” nei confronti della collettività. Nel canto si richiedono cibi preziosi, da tempi “grassi” appunto, come la salsiccia e la ricotta, ma non viene disdegnata l’annugghie, che è una sorta di salame più povero. fonte: http://www.associazionefinisterre.it/ferrandina/demartino_memoria_carnevale.htm Share

24 feb 2009

BASILICATA. Bella Scoperta!

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Il video promozionale sulla Basilicata. CAsting: La Ricotta Share

20 feb 2009

Omaggio all'amore

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OMAGGIO ALL'AMORE Benigni recita Oscar Wilde Amore nel senso puro ed originario. Amore non inquinato dalle paure. Un Amore che si nutre di se stesso, prendendo forza dalla sua energia; un amore immortale. Share

11 feb 2009

L'inverno delle montagne lucane

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L'incanto dell'inverno sulle montagne lucane (Sirino e Volturino). Un racconto intessuto di luci e nebbie, un tramonto fra ghiacci scintillanti e pinnacoli di roccia. http://www.youtube.com/watch?v=M7K6Juk8KQY Share