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18 mar 2017

C'è una luna stasera, si accendono i falò e "la notte è uguale" mentre il sole entra nell'ariete. Si festeggia san Giuseppe.

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C'è una luna stasera che cattura anche chi non guarda mai il cielo. 
C'è una luna antica. 
I pensieri sono antichi. 




Salandra (MT) ph. G. Visceglia
Pensieri regalatici dai nostri padri riemergono nelle sere di questa luna. 
Fra poco è primavera e accenderemo i fuochi di San Giuseppe, un "grande" tra gli uomini. 



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21 mag 2013

Il matrimonio degli alberi da popolano a Vanity Fair

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Un tempo le feste popolari erano... popolari, del volgo, poco esclusive.
 I culti arborei lucani  si son trasformati in luoghi da scoprire e destinazione di viaggio.   
Questa trasformazione apparirà eccentrica, invece  la chiave di lettura è semplice.
Cambia il registro narrativo: da rito  contadino e rurale, studiato da antropologici e affini, a rito sociale di scoperta ed esotico che diventa luogo turistico.
Un luogo turistico non si scopre, quel luogo è sempre stato dov'è. 
Un luogo turistico si inventa.
I suoi “inventori” hanno saputo proporne un nuova lettura e diffusione oltre che fruizione.
E oggi la nuova lettura è che il popolano può trasformarsi in Vanity Fair. Share

13 gen 2012

I campanacci di San Mauro e i Kukeri bulgari

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Kukeri (fonte: eliznik.org)
Festa dei Campanacci San Mauro (fonte Mediateca Prov. MT)
Che c'entrano i Campanacci di San Mauro Forte e il Kukeri in Bulgaria?
A San Mauro Forte, nel cuore della Basilicata, i campanaci richiamano antichi riti sopravvisuti ai tempi e agli stessi uomini.Il collegamento non è solo simbolico tanto che quest'anno una delegazione bulgara sarà ospite dei...Campanacci ( vedi programma). Il Kukeri ha molte similitudini con i travestimenti e con i suoni presenti ai Campanacci di San Mauro e non solo; pensiamo anche ai Mamuthones della Sardegna. Tutti segni che scorrono su un filo sottile che attraversa l'Europa, la sua storia e le sue genti.
... Nella tradizione bulgara il Kukeri è un rituale che
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8 dic 2011

Il Pizzicantò: le torri umane di Irsina

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150 persone, almeno otto livelli o piani, a formare una torre umana. A Irsina, paese della parte bradanica della Basilicata, a pochi km da Matera si ripete a dicembre il festival delle torri umane.
Questa usanza è presente soprattutto nel sud italia, e prevalentemente duranta il 13 giugno, in onore di Sant’Antonio in cui la tradizione vuole che diverse squadre si sfidino nelle torri umane del
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20 giu 2011

La Madonna del Pollino (Basilicata) negli anni '60

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Grazie ad  una amica che, insieme ad altre persone, alcuni anni fa ebbi piacere di conoscere durante le riprese di un documentario franco-tedesco  ho scoperto un  filmato postato su Youtube,  che risale agli anni '60. Il filmato mostra il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Pollino, nel comune di San Severino lucano, nel cuore del parco del Pollino.

La festa della Madonna di Pollino, o  Madonna della Montagna,  è tra le feste mariane più sentite dell’asse montano calabro-lucano( --> Google Maps). Eccezionale è la descrizione e il repertorio fotografico consultabile sul sito dell'ISTITUTO CENTRALE PER LA DEMOETNOANTROPOLOGIA. Migliaia di pellegrini,ai primi di luglio, partecipano alla festa che si svolge al Santuario, a 1537 metri alle pendici del monte Pollino, su uno sperone, con una affascinante veduta panoramica sulla valle del Frido. Le musiche del filmato dovrebbero
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13 mag 2011

Il matrimonio ...secondo Castelsaraceno

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A Castelsaraceno , un piccolo centro di poco più di 1000 abitanti nella provincia di Potenza, fondato intorno
all’XI secolo, si svolge un rito arboreo di origine pagana sopravvissuto al tempo. I culti arborei sono molto vivi e sentiti in Basilicata.
Nella prima domenica di giugno si festeggia il taglio della ‘Ndenna, (vedi video)con grande concorso di popolo, che proviene non solo da Castelsaraceno, ma da tutto il circondario. Dopo la celebrazione della
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28 dic 2010

Il FALO’ DI NATALE IN BASILICATA

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Falò di Natale a Nemoli (fonte Pro Loco Nemoli)
Il Natale non è una invenzione della Chiesa bensì una sovrapposizione cultuale di derivazione pagana a seguito della conversione dell’impero romano alla religione Cattolica. Il Natalis era presente nel calendario romano, il 21 Aprile come Natalis Romae, in cui si celebrava la fondazione della città e il 19 dicembre , giorno dedicato al Dies Natalis Solis Invicti, la nascita del Sole che girava attorno al culto di Mitra, introdotta nel 218 d.C e ufficializzato da Aureliano. La festività venne successivamente spostata al 25 dicembre. Sembra che in uno stadio successivo i cristiani abbiano sostituito la festa del Sole Invitto con la Festa della Nascita di Cristo.

Alcune sopravvivenze(?) popolari , in alcuni centri più interni della Basilicata, hanno resistito ai nuovi riti creando un sincretismo con quelli preesistenti, di origine pagana e propiziatoria. Forse questa è una delle spiegazioni alla presenza in
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26 giu 2010

La Madonna nella Barca (Tramutola, PZ)

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Tramutola
Uno, due e tre spari.
E' quasi buio, circa le 20 e 30, quando la Madonna dei Miracoli esce dalla chiesa Madre su una barca di fiori, lunga circa sei metri, illuminata dall'interno. Immensa è la folla, fuori al luogo sacro. Tanta è che il servizio d'ordine a stento riesce a contenere. Molti sono giunti, anche da fuori Regione, per assistere alla ultracentenaria processione della “Madonna nella barca”. “Unica e suggestiva” nel suo genere, la cui devozione trae origine dall'esperienza drammatica vissuta da alcuni emigranti tramutolesi in America. La statua
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1 giu 2010

I turchi, San Gerardo, la iàccara, Potenza... e i catari

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COMMEMORAZIONE DI SAN GERARDO
Parate e rievocazioni storiche in onore del Santo Patrono della Città di Potenza
Le parate e le rievocazioni storiche del giorno 29 maggio 2010, in occasione della commemorazione di San Gerardo, patrono della città di Potenza, prevedono tre ambientazioni che vanno a rappresentare tre periodi storici ben precisi, e cioè il XIX, il XVI e il XII secolo.
Il primo ambiente fa riferimento ad una nota descrizione che Raffaele Riviello riporta in un suo libro dedicato alle tradizioni del popolo potentino: in essa, il
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17 mag 2010

S. Antonio Abate fra religione e arte

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di Angelo Lucano Larotonda
L’UOMO - Si era nei primi secoli della nostra era quando in Egitto vi furono molti giovani desiderosi di diventare “perfetti” in Cristo. Per farlo scelsero la via della solitudine.
A Bisanzio primeggiava l’Impero col suo sangue, la sua porpora, i suoi ori, la sua lussuria. A fianco gli marciava la Chiesa alla conquista delle anime, dei cuori e delle menti. Ai giovani di simile mondo così organizzato il Vangelo proponeva, in alternativa, la follia dell’ eremita o il silenzio del convento posto in luoghi spesso inaccessibili. Il valore dell’ anima, il pericolo della sua perdizione, le molteplici potenzialità del corpo appesantito dai desideri della carne e perciò teso a subissare l’anima, erano le preoccupazioni di molti di quei giovani.
La prima virtù da acquisire era l’umiltà, che, come si sa, per realizzarsi incontra sempre il suo nemico principale, l’orgoglio. Questo si manifesta con molte parole, quella esige il silenzio. Non è il parlare che rompe il silenzio, ma la smania di essere ascoltati. Le parole dell’orgoglioso impongono il silenzio agli altri affinché possa far udire soltanto la propria voce. L’umiltà è invece silenziosa in tutto.
E venne un uomo che volle vincere il proprio orgoglio e vivere in umiltà assoluta. Il suo nome era Antonio. Nato da una buona famiglia di Coma (oggi Qeman), in Egitto, conobbe il mondo e le sue passioni. Si era nel 270 quando lui aveva vent’anni e si pose una domanda: “Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo - Chi mai potrà salvarmi? - E udii una voce che mi disse: - L’umiltà -” . Fece allora una scelta radicale: vivere in assoluta povertà, in assoluta solitudine, in assoluto silenzio e sperare così di poter cogliere un giorno i sussurri soffiati del silenzio di Dio. Vendette tutti i suoi beni e cominciò i suoi giorni da eremita. Successivamente si trasferì in una tomba e vi restò vent’anni. Poi passò in una grotta del deserto della Tebaide. Vicino c’era il Mar Rosso..
Dentro la grotta, Antonio viveva col carico della sua fragilità umana e con la tenacia di non impazzire. Quella grotta divenne il suo speciale sepolcro in cui giacere “morto” al resto del mondo e nel contempo “vivo” a
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30 ott 2009

Il rito della Spina o Battesimo della Spina

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Foto da EZUM VALGEMON
Il battesimo della spina

 “Il passaggio della spina”
Esplosione di devozione ed attaccamento filiale alla Madonna è il cosiddetto “Passaggio della Spina”, praticato il 25 Marzo e il Lunedì di Pasqua. E’ un rito propiziatorio, diffusosi a Baragiano intorno al XV sec. , sopravvivenza forse di antichi culti agresti , praticato all’inizio della primavera.
Può avere origini albanesi oppure aver tratto modello dall’area pugliese (questa usanza si incontra a BARILE- GINESTRA-MASCHITO).  
"...Al contrario, resistono al tempo molti riti tradizionali, le feste patronali, la liturgia bizantina, culti popolari arborei (recentemente l'Anspi di Barile ha rivitalizzato "il passaggio della spina" "shkuar nga drizet" presso la seicentesca Chiesa agreste di Costantinopoli." (1)
I protagonisti del rito sono i bambini nell’età compresa dai due ai dieci anni che i genitori intendono mettere sotto la protezione della Madonna. La cerimonia si svolge per tre anni consecutivi e consiste nel far passare i bambini nudi sotto un arco di spine, “la scocca” preparata precedentemente, dalle mani di un uomo a quelle di una donna che fungono da padrino e madrina, quando suona la campanella preannunciare che nella cappella dell’Annunziata ha luogo l’Elevazione.
Il bimbo viene passato sotto la spina per sei volte, tre con l’addome in su e tre con l’addome in giù,mentre il compare dice “teh, cummà” e la comara risponde “Mo, cumpà”. Al termine del rito i bambini, avvolti in un lenzuolo, vengono condotti in chiesa per essere rivestiti ai piedi della Madonna e invocare la benedizione. E’ cura poi dei partecipanti di innestare le spine che sono servite per formare l’arco proteggendole con muschio e corteccia di arboscelli, nella credenza che, in caso di attecchimento, la vita del bambino sarebbe assente da malumori, in coso di mancata presa, si verificherebbe il contrario. Dallo svolgimento della cerimonia si evince la commistione tra elementi ecclesiali e pagani, e fu proprio il profilo superstizioso della tradizione a provocare l’intervento dell’autorità ecclesiale che più volte volle mettere i fedeli in guardia dal prestarsi a simili pratiche che oltre a mettere in pericolo la salute dei bambini, producevano subbuglio in chiesa. Il primo intervento venne dal vescovo di Potenza Ignazio Maroldo nel 1890. Successivamente si chiese addirittura l’intervento della forza pubblica per impedire questa forma di devozione. Nonostante gli impedimenti il rito continua ad essere praticato, sia pure con più cautela, introducendo l’usanza di benedire i bambini alla sera nella cappella dell’Annunziata. E’ vero però che qualche bambino al mattino “si passa” e alla sera riceve la benedizione. L’usanza del “passaggio” non è dunque ancora del tutto sradicata. Altra descrizione di quel che avviene a Baragiano è questa: La sera di Pasqua... "la statua della Vergine viene portata in processione in spalle alla cappella dell’Annunziata dove rimane sino al 25 marzo dell’anno successivo. Durante la festa si svolge il rito del passaggio della spina. Lungo la strada detta Fontanella, nei pressi del santuario, ogni fedele sceglie un rovo, lo spacca a metà e attende il brillio del mortaretto che annuncia lo svolgimento in chiesa dell’Elevazione. A questo punto il padrino e la madrina fanno passare attraverso un arco di spine il figlioccio prescelto per suggellare il rito di comparatico".(2)
Comunque al di là delle descrizioni giunte Il passaggio della spina, ha origini iraniche, e non albanesi, esauritosi nll'altipiano dell' Iran, è sopravvissuto a lungo nelle aree balcaniche e slave. Gli arabi lo abolirono in Sicilia perchè lo trovarono osceno
La foto indica una variante, anzichè far passar il fanciullo sotto un arco, lo si fa attraversare in un ramo di rovi inciso a metà.
Fonte:
http://www.icbaragiano.it/progetti/PARTE%20II_file/page0010.html http://maschito.altervista.org/maschito/paese/storia/insediamenti/index.htm http://www.facebook.com/photo.php?pid=376363&id=1072450701
http://www.ilcomuneinforma.it/viaggi/3787/festa-della-madonna-di-costantinopoli/ http://forum.pizzicata.it/viewtopic.php?f=44&t=1432 http://www.basilicata.cc/lucania/baragiano/index0.htm
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9 giu 2009

La Passione Del Grano

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8 marzo 1607: il principe Pignatelli, nell’acconsentire alla richiesta di alcuni coloni provenienti da Trebisacce, Castelsaraceno e Viggianello di abitare e coltivare terre in località detta San Georgio,lo fa alle sue condizioni, imponendo tutta una serie di pesi fiscalie di obblighi, fra cui il divieto di possedere terreni coltivati a grano.
E’ vero che possono coltivarlo nelle terre del principe, ma il corrispettivo è ben salato e la terra non rende abbastanza per farvi fronte. Meglio coltivare le vigne di proprietà e poi esercitare la capacità di esperti mietitori per conto terzi. E’ quanto faranno i discendenti dei primi coloni. Nell’animo, però, resta il desiderio della ricchezza proibita. I coloni sognano di spogliare il signore della sua ricchezza, di abbassarlo almeno una volta al proprio livello, di dominarlo anche solo simbolicamente. Su questa base, secondo alcuni studiosi di antropologia, si sviluppò il gioco o danza della falce, che, ammantato di risvolti sociali, rappresenta in forma simbolica la rivolta, la contiene entro confini fisicamente non pericolosi, filtra le pulsioni attraverso sistemi simbolico-culturali. E’ la tesi che emerge dal commento che accompagna le immagini riprese a San Giorgio Lucano durante la storica spedizione di Ernesto De Martino in Lucania nel 1952. Le penetranti fotografie di Franco Pinna e le successive immagini dai toni fortemente marcati del cortometraggio di Lino Del Frà si prestano bene a fare da supporto. L’interpretazione si è consolidata nel tempo e la ritroviamo anni dopo: “La danza della falce è una vera e propria rievocazione storica, alla maniera contadina, di due secoli di feudalità oppressiva che è ancora viva nel ricordo dei più vecchi di San Giorgio Lucano”. “L’azione, che si svolge verso il tramonto, ha per attori i mietitori che si accingono a falciare l’ultimo pezzo di messe, la legante cioè la donna che raccoglie le spighe falciate per legarle insieme e formare la gregna, alcuni zampognari e il caprone, che è sempre il proprietario del campo… Quando i mietitori lo scorgono, accelerano il ritmo del lavoro e, raggiuntolo, lo immobilizzano con le falci che ora, terminata la mietitura, diventano arma di vendetta e di riscatto. Il riscatto consiste in una bevuta di vino collettiva. (Relazione del prof. Gaetano Stigliano al Primo Congresso internazionale delle tradizioni popolari, Metaponto Lido, 1986 ). ...Considerate una delle più espressive manifestazioni della civiltà contadina, un documento della più autoctona tradizione popolare, sono state oggetto di ripetute indagini, studi, documentazioni fotografiche e riprese filmiche. Ai lavori di De Martino e Pinna si aggiungono il cortometraggio di Lino Del Frà del 1960, le riprese di Folco Quilici del 1967... L’azione, già nel documento del 1952, si compone di due momenti distinti: la cattura-uccisione del capro e il gioco vero e proprio, che coinvolge anche il padrone: "Il tema centrale è il mascheramento dell'azione del mietere: i mietitori cioè si comportano come se l'operazione che essi compiono non fosse la mietitura, ma una battuta di caccia al capro. Un vecchio contadino fa da capro: due mazzetti di spighe tenuti fra le labbra, una pelle di capro legata alla schiena, i falcetti impugnati all'altezza della testa in modo da dare l'immagine delle corna, occhi sbarrati di animale braccato..." "I mietitori avanzano al suono della zampogna, mimando la mietitura: si muovono a ritmo, come se danzassero, oppure si arrestano improvvisamente, assumendo qualche atteggiamento determinato..." "Ben presto la pantomima si complica: i mietitori fanno le viste di combattersi fra loro, variamente raggruppandosi a due o tre, ed eseguendo con la falce varie figure agonistiche." "L'eccitazione cresce, finché non si rivolge al padrone, che è cercato, inseguito e catturato..." "Intorno al padrone i mietitori eseguono la solita pantomima della mietitura, e quindi con la punta della falce lo spogliano...” “A spoliazione avvenuta, vengono fatte circolare sul campo mietuto alcune bottiglie di vino." (Ernesto De Martino, La messe del dolore in Furore, Simbolo, Valore, Il Saggiatore, Milano 1962). Foto di Franco Pinna , 1959 fonte: http://www.prolocosangiorgiolucano.it/Gioco_della_Falce.pdf
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