Poggia il pane sul bancone del bar ed esclama: "un caffè!" . Voce autoritaria ma gentile. Prende il caffè, si riprende il pane, di grano duro, esce e si avvia a bordo della sua panda Sisley 4x4.
Che dirvi! Semplicemente Buongiorno!
24 nov 2014
Un caffè, grazie!
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La contadinella di Seymour - Matera 1948
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Non è bella? Anche di più! C'è un mondo in questo sorriso. E David Seymour bloccò quest'attimo in uno scatto fotografico. Bloccare la vita in uno scatto, prerogativa dei grandi artisti.
Immagino la ragazza tranquilla con il suo cavallo che viene fermata da David Saymour e le viene chiesto di farsi fotografare. Esce fuori la sua innocenza, la sua età, il suo vivere il presente con spensieratezza. Ma viene fuori anche il suo imbarazzo di fronte ad uno straniero, magari sconosciuto, e alla sua macchina fotografica. Siamo a Matera e correva l'anno 1948.
Immagino la ragazza tranquilla con il suo cavallo che viene fermata da David Saymour e le viene chiesto di farsi fotografare. Esce fuori la sua innocenza, la sua età, il suo vivere il presente con spensieratezza. Ma viene fuori anche il suo imbarazzo di fronte ad uno straniero, magari sconosciuto, e alla sua macchina fotografica. Siamo a Matera e correva l'anno 1948.
David Szymin, noto come David Seymour o con lo pseudonimo Chim, pronuncia scim, abbreviazione di Szymin (Varsavia, 20 novembre 1911 – El Qantara, 10 novembre1956), è stato un fotografo e giornalista polacco.
Nacque a Varsavia da genitori ebrei Polacchi e cominciò a interessarsi alla fotografia durante i suoi
5 nov 2014
Tra Maschere e Poesie : Ambrogio Sparagna nella terra di Scotellaro
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tracieloemandarini
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Narrazione di Ambrogio Sparagna nel suo Viaggio in Basilicata tra maschere e poesie.
Sparagna si avventura in un viaggio dentro Tricarico, luogo dalle tante suggestioni e terra di Rocco Scotellaro
Sparagna si avventura in un viaggio dentro Tricarico, luogo dalle tante suggestioni e terra di Rocco Scotellaro
Herni Cartier-Bresson e la Basilicata: una lunga storia tra immagini e immaginario
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tracieloemandarini
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Herni Cartier-Bresson e la Basilicata è una storia iniziata negli anni '50 le cui tracce si trovano sparse in mostre o centro documentaristici.
Qui si di seguito alcune foto:
Alcune fonti:
https://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=SearchResult&ALID=2TYRYD1KMVKX
http://immaginaredalvero.it/la-basilicata-secondo-henri-cartier-bresson/
http://www.centrodocumentazionescotellaro.org/fondi1.asp
* Henri Cartier-Bresson,La Basilicata, numero monotematico di «Du Magazine», ed. Conzett & Huber, luglio 1974.
*Henri Cartier-Bresson, La Lucania di Henri Cartier-Bresson, testi di Rocco Mazzarone e Giuseppe Appella, Roma 1990.
*Henri Cartier-Bresson, La Lucania di Henri Cartier-Bresson, testi di Rocco Mazzarone e Giuseppe Appella, Roma 1990.
*C. Biscaglia, Rocco Mazzarone e la Lucania nelle fotografie di Henri Cartier-Bresson, in F. Mirizzi (a cura di), Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografia in Lucania, Franco Angeli Editore, Roma 2010, pp. 226-246.
18 ott 2014
Quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro.
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Sto leggendo post e tweet su Matera 2019. Mi emoziono è inutile nasconderlo. Un brivido sale lungo la schiena ad ogni parola. Lucani fuori, lucani altrove, lucani in Basilicata. Ad ogni post di ogni ragazzo, ragazza, studente o lavoratore, terrone e emigrante sfigato o di successo, per scelta o necessità. C'è amore e tanto in ogni parola. Non avrei immaginato. C'è tanto, c'è tutto. Il senso del riscatto, dell'orgoglio, dell'appartenenza. Non saprei definire questa sensazione. Forse è quel senso di lucanità che uno si porta dentro sempre, che mette nello zaino, nella valigia, nelle tasche. Ieri ho rivissuto quelle stesse sensazioni provate a Scanzano.
Oggi ho pensato alla Lucania del terremoto, alle foto dei giorni seguenti al sisma e in tanto scorrevano le foto della gioia a Matera così come a Potenza.
E mi son messo a sfogliare le pubblicazioni fotografiche di Cartier Bresson, di Pinna e letto qualche pagine di De Martino e Carlo Levi. E pensavo a Rocco Scotellaro, al Albino Piero, ad Assunta Finiguerra, a Leonardo Sinisgalli e ai tanti che non cito.
E penso a quella Lucania così come l'Irpinia, il Cilento il Gargano che hanno mantenuto e che oggi più che mai resistono ai modelli altrui e ricercando dentro se stessi il filo materno con la terra e la propria storia. E penso all'anima di un territorio e pensavo ad Antonio Faccenna e il suo vivere podolico. A Noviello contadino di Montescaglioso. A don Marco Bisceglia. E mi rendevo conto che i nomi e le storie di resistenza sono tante e sottaciute. Storie di uomini che non hanno spezzato le radici ma hanno donato ali, esempi, visioni.
E scorrono i tanti nomi e visi di donne e uomini di amici e conoscenti che ogni giorno ci credono e resistono ma sopratutto rilanciano. Anche quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro. Sopratutto!
Beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici. (Proverbio Arabo)
Oggi ho pensato alla Lucania del terremoto, alle foto dei giorni seguenti al sisma e in tanto scorrevano le foto della gioia a Matera così come a Potenza.
E mi son messo a sfogliare le pubblicazioni fotografiche di Cartier Bresson, di Pinna e letto qualche pagine di De Martino e Carlo Levi. E pensavo a Rocco Scotellaro, al Albino Piero, ad Assunta Finiguerra, a Leonardo Sinisgalli e ai tanti che non cito.
E penso a quella Lucania così come l'Irpinia, il Cilento il Gargano che hanno mantenuto e che oggi più che mai resistono ai modelli altrui e ricercando dentro se stessi il filo materno con la terra e la propria storia. E penso all'anima di un territorio e pensavo ad Antonio Faccenna e il suo vivere podolico. A Noviello contadino di Montescaglioso. A don Marco Bisceglia. E mi rendevo conto che i nomi e le storie di resistenza sono tante e sottaciute. Storie di uomini che non hanno spezzato le radici ma hanno donato ali, esempi, visioni.
E scorrono i tanti nomi e visi di donne e uomini di amici e conoscenti che ogni giorno ci credono e resistono ma sopratutto rilanciano. Anche quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro. Sopratutto!
Beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici. (Proverbio Arabo)
12 ott 2014
il paese di pietra che sa di ginestra
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tracieloemandarini
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Il paese di pietra che sa di ginestra
A Gorgoglione, come in tanti altri borghi appesi ai fianchi dell’Appennino, non ci si passa, si va. Si decide di andarci e basta.
A Gorgoglione, come in tanti altri borghi appesi ai fianchi dell’Appennino, non ci si passa, si va. Si decide di andarci e basta.
Ci andai che era primavera finita. A giugno precisamente.
In questo periodo a
Gorgoglione, la ginestra avvolge con il suo profumo le strade, le case, gli
anfratti, le facciate soleggiate e le scalinate nell'ombra.
E ingentilisce il carattere
severo della pietra.
Qui tutto è pietra. Il paese della pietra è anche
il paese in pietra.
Qui la pietra è di casa; qui la pietra ha una
storia, possiede una voce. Il rapporto con la gente è un rapporto forte, solido,
che si tramanda.
7 ott 2014
"Ho vista Nina Volare"
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tracieloemandarini
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"Con De André giravamo il Sud in cerca di idee, presso Matera c'erano dei vecchi che separavano la cera dal miele masticandola : ci colpi' molto vedere usi secolari proiettarsi nel Duemila .
E fu cosi' che , in 40 minuti, nacque Ho visto Nina volare ".
Entrambi gli artisti sono stati rapiti dal gesto che compivano le donne anziane, le quali masticavano fettine di favo, preparate all’occorrenza, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera.
Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, pronte per l’uso.
E fu cosi' che , in 40 minuti, nacque Ho visto Nina volare ".
Ivano Fossati, Perugia, 14 febbraio 2000
E’ vero che la tua collaborazione con Fabrizio è nata da un viaggio che avete fatto insieme? Si è verissimo. La collaborazione che riguarda Anime Salve è partita da un viaggio. Una sera da Milano, in macchina, veramente in quel caso senza sapere dove andare. Non avevamo programmato nulla, sapevamo solo di voler andare al sud, verso la Basilicata, perché eravamo convinti - Fabrizio moltissimo ma anche io - che li avremmo potuto raccogliere delle storie, delle impressioni, parlare con delle persone semplici senza sovrastrutture, senza difficoltà. Ed in effetti fu cosi. Restammo li qualche giorno e con grandissima facilità incontrammo gente con cui parlare. Poi credo che di vicende e di storie che siano finite nelle canzoni ci sia ben poco, ma ugualmente il viaggio fu importante perché comunque, anche se non ricavammo il materiale in materia stretta, ricavammo il modo di raccontarle. In quei giorni era come se ci fossimo sintonizzati su un onda. Invece di metterci a tavolino e fare tanti progetti un po’ freddi, andare da quelle parti, stare insieme noi due e parlare con quelle persone fu come aver creato un codice di scrittura. Come dire: scriveremo storie come queste oppure parleremo in questo modo, ma non ce lo siamo nemmeno detto perché non serviva.(Il viaggio di Ivano Fossati intervista su Rai Storia)
Da una testimonianza di Carlo Bonanni, fondatore dell’associazione “Carodeandrè”:
Questa storia mi è arrivata direttamente da Ivano Fossati quando, ad un concerto di vari anni fa, ha introdotto la canzone "Ho visto Nina Volare", scritta insieme a Fabrizio De André.
E' stata una vera e propria Rivelazione. Lo stesso Fossati mi ha confessato di essere stato letteralmente rapito da quella terra e di avervi soggiornato a lungo, con Fabrizio, per alimentare il fiume di poesia portato da quegli enormi affluenti che sono le tradizioni orali di quel posto.
Fabrizio De Andrè ed Ivano Fossati hanno soggiornato spesso a Matera per alimentare il fiume di poesia portato dagli enormi affluenti che sono le tradizioni orali dei territori del materano. Entrambi gli artisti sono stati rapiti dal gesto che compivano le donne anziane, le quali masticavano fettine di favo, preparate all’occorrenza, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera.
Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, pronte per l’uso.
5 ott 2014
Il fischio e i richiami al tempo delle cabine telefoniche
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tracieloemandarini
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Dalla rubrica domenicale, Quaderno di Campo, del Quotidiano un racconto sul Fischio e i richiami al tempo delle cabine telefoniche.
Non era uno squillo
di un cellulare.
No, assolutamente no! E nemmeno esisteva.
No, assolutamente no! E nemmeno esisteva.
A quel tempo i
telefoni avevano la rotella e dovevi aspettare che si completasse a ritroso il
giro prima di fare l'altro numero.
A quel tempo si entrava nelle cabine che sembravano dei confessionali e custodi di chissà quali segreti. Erano contenitori di lontananze, di amori sussurrati, di famiglie distanti. E la chiave per poter accedere nel mondo di quel confessionale era il gettone, di quelli marroni e con 2 strisce su una faccia e 1 sull'altra. E che con un gettone ci stavi le ore chiuso in quella cabina. E che non dovevi fare neanche il prefisso se chiamavi in provincia. E che quando si componeva il prefisso significava che era una telefonata importante a qualcuno lontano.
A quel tempo si entrava nelle cabine che sembravano dei confessionali e custodi di chissà quali segreti. Erano contenitori di lontananze, di amori sussurrati, di famiglie distanti. E la chiave per poter accedere nel mondo di quel confessionale era il gettone, di quelli marroni e con 2 strisce su una faccia e 1 sull'altra. E che con un gettone ci stavi le ore chiuso in quella cabina. E che non dovevi fare neanche il prefisso se chiamavi in provincia. E che quando si componeva il prefisso significava che era una telefonata importante a qualcuno lontano.
No! Non era il tempo delle suonerie e dei
cellulari. Era il tempo dei telefoni a disco e delle cabine a
1 ott 2014
Giuseppe Camillo Giordano, e del suo essere scienziato e naturalista, non può discostarsi dal suo essere uomo del Sud.
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tracieloemandarini
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Riprendo un articolo scritto dal Nuovo Monitore Napoletano
"... il bizzarro contraccolpo subito dal Sud, dopo aver fatto da traino per secoli, consiste proprio nel ritrovarsi a subire, oggi, la conseguenza più amara e pericolosa di una negligenza che aleggia in ogni ambito, come una spada di Damocle, rendendo ogni cosa proverbialmente di difficile attuazione.
"... il bizzarro contraccolpo subito dal Sud, dopo aver fatto da traino per secoli, consiste proprio nel ritrovarsi a subire, oggi, la conseguenza più amara e pericolosa di una negligenza che aleggia in ogni ambito, come una spada di Damocle, rendendo ogni cosa proverbialmente di difficile attuazione.
È un’indolenza che parla una lingua afasica e che apre le porte alla rassegnazione e all’oblio.
La ricostruzione della vita di Giuseppe Camillo Giordano, e del suo essere scienziato e naturalista, non può discostarsi dal suo essere uomo del Sud.
E questo, Gianni Palumbo, ornitologo e naturalista, che nella sua Basilicata ha deciso di tornare dopo aver mosso i primi passi professionali in diverse città del Nord, lo sa bene e altrettanto bene lo mette in evidenza nel caso specifico del suo compaesano.
Giuseppe Camillo Giordano nasce a Pomarico, in Basilicata, nel 1841 laddove, quasi 100 anni prima, era nato Nicola Fiorentino al quale era toccata la stessa sorte di quei tanti giovani intellettuali, tra cui ci preme ricordare in questa sede la direttrice e fondatrice del Monitore Napoletano Eleonora de Fonseca Pimentel che, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della democrazia, avevano sacrificato la propria vita divenendo martiri per un ideale, nonostante quella libertà e quella breve parentesi, quale fu la Repubblica Napoletana del 1799, fu spazzata via in breve tempo lasciando un segno indelebile fatto di sangue e di ideali che muovevano i passi contro l’oscurantismo autoritario e rozzo del potere."
29 set 2014
Gli alberi che camminano
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tracieloemandarini
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Dalla rubrica domenicale "Quaderno di Campo" del Quotidiano.
Gli "alberi che camminano".
Gli "alberi che camminano".
![]() |
| Quotidiano, 28/07/2014 |
In un giorno di maggio mi fermo a prendere un caffè in un bar lungo
una strada interna a confine tra Basilicata e Calabria. Un confine naturale
segnato dal fiume Sinni che in silenzio si trascina, fino alla foce del Mar
Jonio, le storie che il Monte Papa ascolta dalle genti del Tirreno.
Ed è stato qui che per la prima volta ho sentito parlare degli “alberi
che camminano”.
9 set 2014
i salti e i falò; san Giuseppe
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tracieloemandarini
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Volentieri ospito alcuni spunti e appunti di Anna e Antonio Salfi
19 marzo: Festa di S.Giuseppe
E’ una festa popolare vera e propria, una festa della gente comune e non certo del “palazzo”, perché, seduti intorno ai fuochi, con le guance arrossate dalle fiamme dei grandi falò, c’è la gente comune dei quartieri, intenta a recitare il rosario in onore di S.Giuseppe.
Alle preghiere le donne alternano brevi canti religiosi, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme.
E, quando queste si rendono meno pericolose, ecco arrivare giovani e ragazzi che, incuranti di ogni rischio, saltano a più riprese i falò, anche con l’intenzione di catturare l’attenzione di qualche giovane ragazza.
I saltatori di S.Giuseppe ripetono le loro esibizioni anche in altri quartieri incuranti della sacralità della cerimonia per come vissuta dalle donne che fanno corona ai falò, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme con le frasche di ulivo accatastate lì intorno.
19 marzo: Festa di S.Giuseppe
E’ una festa popolare vera e propria, una festa della gente comune e non certo del “palazzo”, perché, seduti intorno ai fuochi, con le guance arrossate dalle fiamme dei grandi falò, c’è la gente comune dei quartieri, intenta a recitare il rosario in onore di S.Giuseppe.
Alle preghiere le donne alternano brevi canti religiosi, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme.
E, quando queste si rendono meno pericolose, ecco arrivare giovani e ragazzi che, incuranti di ogni rischio, saltano a più riprese i falò, anche con l’intenzione di catturare l’attenzione di qualche giovane ragazza.
I saltatori di S.Giuseppe ripetono le loro esibizioni anche in altri quartieri incuranti della sacralità della cerimonia per come vissuta dalle donne che fanno corona ai falò, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme con le frasche di ulivo accatastate lì intorno.
5 set 2014
AAA: un sogno collettivo cercasi
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tracieloemandarini
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4 Settembre 1970: Il Cile elegge presidente Salvador Allende.
Non pensiate che questo ricordare un personaggio come Salvador Allende sia una fuga dalla realtà, ma oggi, ad anni di distanza, mi rendo conto che la malinconia avvolge il nostro mondo contemporaneo.
Una malinconia di fondo, inconsapevole, forse, impegnati a cibarci dei tanti surrogati emotivi.
Abbiamo la percezione dell'onnipotenza che si poggia su uno strato di impotenza.
La tecnologia e la tecnica ci illudono che quasi tutto ci è permesso, volare, curare malattie, allungare la vita, essere belli e profumati e magari depilati, girare una parte del mondo in un amen e in meno di un amen comunicare con la restante parte.
Questo senso di potenza, però, ci ha reso anche in parte orfani, arricchendoci di materialità e di surrogati e facendoci smarrire la via del sogno, dell'onirico.
Abbiamo smesso di immaginare, di assaltare il cielo.
Abbiamo smesso di avere un sogno collettivo.
Oggi io non ricordo solo Salvador Allende, oggi rimpiango la perdita di un sogno collettivo.
Era il 4 settembre 1970 e Allende è eletto democraticamente. ma poi l'11 settembre del 1973un colpo di stato organizzato da chi aveva paura del sogno butta un intero popolo in un incubo durato anni e costato migliaia di morti e prigionieri.
Non pensiate che questo ricordare un personaggio come Salvador Allende sia una fuga dalla realtà, ma oggi, ad anni di distanza, mi rendo conto che la malinconia avvolge il nostro mondo contemporaneo.
Una malinconia di fondo, inconsapevole, forse, impegnati a cibarci dei tanti surrogati emotivi.
Abbiamo la percezione dell'onnipotenza che si poggia su uno strato di impotenza.
La tecnologia e la tecnica ci illudono che quasi tutto ci è permesso, volare, curare malattie, allungare la vita, essere belli e profumati e magari depilati, girare una parte del mondo in un amen e in meno di un amen comunicare con la restante parte.
Questo senso di potenza, però, ci ha reso anche in parte orfani, arricchendoci di materialità e di surrogati e facendoci smarrire la via del sogno, dell'onirico.
Abbiamo smesso di immaginare, di assaltare il cielo.
Abbiamo smesso di avere un sogno collettivo.
Oggi io non ricordo solo Salvador Allende, oggi rimpiango la perdita di un sogno collettivo.
Era il 4 settembre 1970 e Allende è eletto democraticamente. ma poi l'11 settembre del 1973un colpo di stato organizzato da chi aveva paura del sogno butta un intero popolo in un incubo durato anni e costato migliaia di morti e prigionieri.
4 set 2014
mai visto il mare ma non perdere le montagne
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tracieloemandarini
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"Non avevo mai veduto il mare.
Molte altre cose avevo visto, forse troppe.
Uomini avevo visto, forse troppi. Ma il mare mai.
E perciò non avevo ancora compreso nulla, non avevo capito assolutamente nulla.
Come si può capire qualcosa della vita, e capire a fondo se stessi, se non lo si è imparato dal mare? Come si può comprendere gli uomini e la loro vita, il loro vano sforzarsi e il loro inseguire mete bizzarre, prima di aver spaziato con lo sguardo sul mare, che è sconfinato e basta a se stesso?"
Così scriveva Federico Garcia Lorca.
Ma chi non ha visto e vissuto le montagne ha perso altrettanto.
Chi non ha conosciuto i suoi silenzi densi, i suoi boschi antichi sempre vitali, chi non ha percorso i suoi sentieri nascosti e la simbiosi dei suoi borghi e dei suoi uomini, chi si è privato dei suoi panorami, dei suoi paesaggi, dei suoi odori, delle sue paure ataviche, si è privato anche di storie, di energie ma sopratutto ha permesso che si estinguesse una parte di se stesso.
La parte di se stesso più aspra e nascosta ma al tempo stesso la più intima e confidenziale.
Molte altre cose avevo visto, forse troppe.
Uomini avevo visto, forse troppi. Ma il mare mai.
E perciò non avevo ancora compreso nulla, non avevo capito assolutamente nulla.
Come si può capire qualcosa della vita, e capire a fondo se stessi, se non lo si è imparato dal mare? Come si può comprendere gli uomini e la loro vita, il loro vano sforzarsi e il loro inseguire mete bizzarre, prima di aver spaziato con lo sguardo sul mare, che è sconfinato e basta a se stesso?"
Così scriveva Federico Garcia Lorca.
Ma chi non ha visto e vissuto le montagne ha perso altrettanto.
Chi non ha conosciuto i suoi silenzi densi, i suoi boschi antichi sempre vitali, chi non ha percorso i suoi sentieri nascosti e la simbiosi dei suoi borghi e dei suoi uomini, chi si è privato dei suoi panorami, dei suoi paesaggi, dei suoi odori, delle sue paure ataviche, si è privato anche di storie, di energie ma sopratutto ha permesso che si estinguesse una parte di se stesso.
La parte di se stesso più aspra e nascosta ma al tempo stesso la più intima e confidenziale.
3 set 2014
L'Islam ci appare estraneo e nemico. Eppure...
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tracieloemandarini
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L'Islam ci appare estraneo e nemico. Eppure si può scorgere nelle nostre antiche strutture urbanistiche
Post di Alfonso Pascale
Percorrendo la nostra penisola, specie nella sua parte centro-meridionale, e la Sicilia si possono ancora oggi riscontrare tracce di influenze o relazioni culturali tra il nostro Paese e il Mediterraneo islamico. Tali tracce riguardano alcune caratteristiche architettoniche quali, ad esempio, le coperture a volta delle case, le cosiddette volte estradossate, nei tre tipi fondamentali (a botte, a crociera e a padiglione o ribassata) diffusi dal litorale vesuviano ed amalfitano fino a Pantelleria, a Lampedusa ed alle isole egee. Formidabili affinità si riscontrano, infatti, fra la Marina Vecchia Corricella di Procida e il paese di Ia, sull’isola di Santorini, nell’arcipelago egeo delle Cicladi. Ma forti relazioni tra noi e l’Islam s’intravvedono anche in altre caratteristiche urbanistiche generali, e tipiche anche, di insediamenti appenninici e interni. Fra queste ultime ricordiamo il tessuto viario gerarchizzato e articolato in trame irregolari o quello capillare residenziale a vicoli ciechi e cortili. Peculiarità che sono presenti non solo in Italia ma anche in Grecia e Spagna.
Tutte queste caratteristiche islamiche sono presenti sia nei paesi che nelle realtà urbane, nelle quali sono relegate in ambiti appartati delle aree storiche. Fanno eccezione alcune significative eccezioni nel nostro Mezzogiorno. A Napoli, per esempio, un insediamento di matrice islamica, anche se sorto già in epoca vicereale e borbonica, è rappresentato dalla zona di Via Francesco Saverio Correra, popolarmente nota come Cavone a piazza Dante. E insediamenti simili sono i Vergini, nei pressi della Sanità, Borgo Sant’Antonio Abbate, ecc.
La caratteristica dei vicoli-cortili si possono trovare anche in paesi dell’entroterra partenopeo, come Afragola, Frattamaggiore, Aversa, Casal di Principe, noti come agglomerati compatti di case a corte. Una struttura urbanistica che emerge senza soluzione di continuità fino al limitare della piana campana nell’area appenninica: basta percorrere la strada che da Caserta, attraverso Caiazzo, Alvignano e Piedimonte Matese, arriva ai confini del Molise.
Osserva lo storico Giuseppe Galasso:
C’è dunque una continuità non solo tra vari tipi edilizi (casa costiera a volta, casa di pianura a corte, dimora appenninica con copertura a tetto di tegole), ma soprattutto tra gli insediamenti della costa, le città contadine delle pianure e i borghi appenninici, i famosipresepi dell’interno. E questa continuità è confermata anche dalla toponomastica. Basti pensare alla Rabatana di Tursi e alla Ràbata di Tricarico (con il rione gemello chiamato non a caso Saracina), zone storiche di due centri lucani non costieri che hanno esattamente lo stesso nome della Capitale del Marocco.
Tutto questo dimostra che nella storia del Mediterraneo ci sono stati continuamente contatti e influssi reciproci tra le popolazioni che hanno creato molte affinità tra di loro. Ma le affinità sono dovute soprattutto a somiglianze di natura ambientale e climatica. Nel caso specifico dell’architettura ci troviamo certamente di fronte ad un’interessantissima fusione fra questi due tipi di somiglianza, fedele specchio ed ulteriore conferma della complessa identità geografica e umana del Mare Nostrum.
Ai nostri bambini, nelle scuole, tutto questo non viene raccontato in nome di una visione neoautarchica della nostra economia. Ma la storia ci dice che le tipicità sono frutto di continue contaminazioni culturali, favorite dagli scambi economici e dalle pratiche di accoglienza e mutuo aiuto.
L’identità si riconosce nell’alterità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera.
Ringrazio Alfonso Pascale per aver concesso a questo blog di riproporre un suo scritto.
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P.S.: Basilicata le Rabatane sono presenti a Tricarico, Tursi, Pietrapertosa e Abriola. (NdB)
Tutte queste caratteristiche islamiche sono presenti sia nei paesi che nelle realtà urbane, nelle quali sono relegate in ambiti appartati delle aree storiche. Fanno eccezione alcune significative eccezioni nel nostro Mezzogiorno. A Napoli, per esempio, un insediamento di matrice islamica, anche se sorto già in epoca vicereale e borbonica, è rappresentato dalla zona di Via Francesco Saverio Correra, popolarmente nota come Cavone a piazza Dante. E insediamenti simili sono i Vergini, nei pressi della Sanità, Borgo Sant’Antonio Abbate, ecc.
La caratteristica dei vicoli-cortili si possono trovare anche in paesi dell’entroterra partenopeo, come Afragola, Frattamaggiore, Aversa, Casal di Principe, noti come agglomerati compatti di case a corte. Una struttura urbanistica che emerge senza soluzione di continuità fino al limitare della piana campana nell’area appenninica: basta percorrere la strada che da Caserta, attraverso Caiazzo, Alvignano e Piedimonte Matese, arriva ai confini del Molise.
Osserva lo storico Giuseppe Galasso:
"Le caratteristiche degli insediamenti appenninici (…) non sono poi così lontane, nello spirito che ispira la loro casualità, dall’aggregato labirintico delle medine e dei rabat musulmani, così come si ritrovano da noi, nei centri costieri”.
| Tursi (MT) quartiere Rabatana |
| Tursi (MT), quartiere Rabatana, particolare |
Ai nostri bambini, nelle scuole, tutto questo non viene raccontato in nome di una visione neoautarchica della nostra economia. Ma la storia ci dice che le tipicità sono frutto di continue contaminazioni culturali, favorite dagli scambi economici e dalle pratiche di accoglienza e mutuo aiuto.
L’identità si riconosce nell’alterità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera.
Ringrazio Alfonso Pascale per aver concesso a questo blog di riproporre un suo scritto.
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P.S.: Basilicata le Rabatane sono presenti a Tricarico, Tursi, Pietrapertosa e Abriola. (NdB)
25 ago 2014
Scirocco
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tracieloemandarini
,
Lo senti che arriva.
L’aria sa di stoppie arse e
di polvere di terra.
Porta con se il colore rosso caldo dei peperoni messi ad
essiccare.
Se lo conosci e ci convivi da sempre ti accorgi del retrogusto zuccherino dei fichi ormai maturi.
E al suo arrivo, il mondo al’improvviso si placa e nei borghi il
silenzio è spezzato dai maschi delle cicale che con il loro frinire frenetico innalzano
canti di corteggiamento.
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