07 ago 2014

BENE COMUNE, TANTI NE PARLANO, POCHI LO CONOSCONO

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BENE COMUNE, TANTI NE PARLANO, POCHI LO CONOSCONO. A CONFRONTO CON PAOLO CACCIARI

A cura di di Giuseppe Melillo –  
Laboratorio di Ricerca Intervento 
FQTS Basilicata



Ascoltare Paolo Cacciari, uno dei massimi esperti italiani sul tema, diventa un confronto con la propria quotidianità in cui convivono  aspetti e comportamenti che si intersecano inconsapevolmente in quel repertorio di pratiche che sono i “Beni Comuni” (commons).


Tutto è Beni Comuni, almeno a sentire le affermazioni e a leggere articoli apparsi negli ultimi tempi.
Ma il bene comune dove inizia e
come si può individuare?
Paolo Cacciari definisce subito cosa
non è il Bene Comune e poi passa a presentare chiaramente alcune definizioni disciplinari; non  è una categoria merceologica e prima di essere  “cose” è un insieme di pratiche comuni che non risponde a  logiche proprietaristiche pubbliche o private con diritto (di proprietà) esclusivo e
giuridicamente protetto. 
Per gli economisti i beni comuni (commons) è una risorsa condivisa che dovrebbe essere gestita dalla comunità di riferimento, per i giuristi (soprattutto in Italia) il bene comune è invece un diritto universale.
ll giurista Stefano Rodotà, che tra i primi ha introdotto la questione dei beni comuni in Italia avverte che “se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto,…. allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità “comune” di un bene può sprigionare tutta la sua forza” e indica che “l’ accento non è più posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella società. … I beni comuni sono a titolarità diffusa, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive”.  In questa dibattito si è inserito il referendum sull’acqua che in Italia ha evitato la privatizzazione di un bene riconosciuto come diritto universale.
Individuare precisamente un “ bene comune” non è semplicemente una pratica dialettica ma ha forti risvolti politici, sociali ed economici. Significa evitare che beni essenziali alla comunità e alla vita entrino nel gioco del mercato economico-finanziario dell’uso esclusivo. I beni comuni sono tutte quelle risorse che una comunità decide di gestire collettivamente.

Un’economia del Noi, quindi, che passa attraverso l’individuazione di una necessità condivisa di una comunità e che si basa sui principi di  preservazione, equità, reciprocità e non di accentramento o concentramento.
La presa d’atto che i beni comuni siano accessibili e non esclusivi si trasforma in un processo di civilizzazione che rigenera un tessuto sociale, che origina energie positive e che si sviluppa nella comunanza. Processo, la comunanza, che include il bene comune, la comunità, e le regole di gestione  a differenza dell’approccio economico che tende  a dividere questi aspetti non cogliendo l’interdipendenza degli elementi.
C’è bisogno di un’energia sociale, attualmente individuabile solo nel Terzo Settore che salvaguardi e  tuteli lo sviluppo di beni comuni, capace di slanci  collettivi per recuperate gli aspetti propri di una società organica che ha ceduto il passo alla società meccanica, funzionale a regole finanziare ed esclusive.
Ma affinchè lo slancio diventi consapevole e diffuso c’è bisogno che si oltrepassino le definizioni e si trasformino in  patrimonio delle comunità e che chi ha gli strumenti per farlo si senta moralmente impegnato in questo cammino provando ad allargare gli ambienti di discussione e parlando alle comunità piuttosto che di comunità.

I Beni Comuni, infatti, esulano dalla “Res pubblica” o dalla “Res privata” e rientrano tra le  “Res communes omnium” (gestite dalle comunità di riferimento) o “Res nullius” (di libero accesso a tutti),  quei tipi di beni che appartengono a tutti e perciò di nessuno,quei beni collettivi a disposizione di una comunità . Beni tendenzialmente non rivali , che possono essere fruiti da più persone o da comunità di utenti ne sono esempi la luce, l'aria, l'acqua, il calore, nonché le energie insite in questi elementi naturali e che l'uomo è in grado di sfruttare (ad es., il vento, l'energia solare, etc.) o da comunità di produttori nel caso delle scienze, di Internet, di software open source,di Wikipedia, dell’informazione, ecc. )
Lo sviluppo di teorie e pratiche liberiste hanno reso esclusivo e non di libero accesso molti di questi beni, sottraendoli alla mutualità delle comunità e trasformandoli in risorse da ottimizzare e capitalizzare.
Forse il più grande esempio di come un Bene Comune possa essere oggetto di speculazione finanziaria è il Protocollo di Kyoto. La filosofia di fondo cha ha portato alla nascita del pensiero sulla  green economy viene distorta e piuttosto che investimenti  per l’ambiente si è prodotta una economia finanziaria  dall’ambiente. Il protocollo di Kyoto  diventa un atto di privatizzazione dell’aria. Ogni nazione aderente al trattato, infatti,  ha dei limiti imposti di emissione di gas  inquinanti CO2 che se superati si possono compensare acquistando dei permessi di emissione ( un permesso a continuare ad inquinare) attraverso  un sistema di compravendita che permette  l'acquisizione di crediti di emissione (CER),  valutati e quotati i in borsa.
Elinor Ostrom, la prima donna a vincere un nobel per l’ economia, ha trattato temi sui beni collettivi dimostrando che la gestione condivisa dei beni comuni risulta condotta meglio e in maniera più sostenibile e accessibile,  ribaltando così le teorie a indirizzo liberiste che per gestire al meglio i beni comuni occorre privatizzarli o statalizzarli.




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