09 set 2014

i salti e i falò; san Giuseppe

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Volentieri ospito alcuni spunti e appunti di Anna e Antonio Salfi 

19 marzo: Festa di S.Giuseppe 

 E’ una festa popolare vera e propria, una festa della gente comune e non certo del “palazzo”, perché, seduti intorno ai fuochi, con le guance arrossate dalle fiamme dei grandi falò, c’è la gente comune dei quartieri, intenta a recitare il rosario in onore di S.Giuseppe. 

Alle preghiere le donne alternano brevi canti religiosi, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme. 
E, quando queste si rendono meno pericolose, ecco arrivare giovani e ragazzi che, incuranti di ogni rischio, saltano a più riprese i falò, anche con l’intenzione di catturare l’attenzione di qualche giovane ragazza. 
 I saltatori di S.Giuseppe ripetono le loro esibizioni anche in altri quartieri incuranti della sacralità della cerimonia per come vissuta dalle donne che fanno corona ai falò, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme con le frasche di ulivo accatastate lì intorno. 



 La cerimonia dei falò ha molto di un rito pagano, poiché tutto avviene senza la presenza attiva di religiosi e si svolge in luoghi scelti autonomamente dalle comunità dei vari quartieri del paese. Se si ripercorre la storia dei falò, è cosa superflua ricordare storici greci e latini (Dion. di Alicarn., I 88 – Ovidio, Fast. IV V.720 – Tib, II, Eleg. 5, Prop, IV, Eleg, 4). 

Quei falò, nei tempi remoti, erano anch’essi manifestazioni di culto religioso, proiettato nell’invocazione di aiuto o protezione verso divinità pagane. 
A Bernalda, più che in altri centri del Mezzogiorno, la “Festa dei fuochi di S.Giuseppe” assume caratteristiche peculiari perché diversa è la storia del passato del paese, delle sue tradizioni e delle influenze subìte rispetto ad altre culture limitrofe. In considerazione di ciò, si rende opportuno descriverne più compiutamente le sue caratteristiche peculiari. 

 La preparazione dei falò dura alcuni giorni per predisporre i grandi mucchi di frasche di ulivo, accuratamente accantonate dopo la potatura nelle campagne. 
 Mentre gli anziani, con mezzi diversi trasportano, anzitempo, verso il paese le frasche di ulivo occorrenti per i falò, un vero spettacolo viene offerto dai ragazzi di tenera età che, con sforzo entusiastico trascinano, a mò di buoi, piccoli fasci di frasche raccolte negli oliveti. Il loro innocente e gioioso coinvolgimento nella preparazione del materiale utile per i falò, desta in tutti stupore e compiacimento e sorprende piacevolmente anche coloro che, solo per ventura, dovessero assistere all’impegno profuso dai ragazzi.
Il loro sforzo verrà coronato dalla possibilità di cimentarsi, quando la fiamma si sarà ridotta al lumicino, nei salti che si ripeteranno sotto lo sguardo attento ma, a volte, preoccupato delle donne impegnate nella recita del rosario. 

Cosa c’è di fede nei loro salti? 
Anche questo è un mistero che avvolge l’immaginario popolare. Intanto, a fiamme del tutto spente ed esaurita la recitazione del rosario, le donne, a gara, si avvicinano alla brace, per portarne via gelosamente una parte. La porteranno nelle loro case, nella certezza che in essa si possa conservare la protezione del santo. 

Una festa, un rito che trae dalla concezione pagana la celebrazione della fine dell’inverno e l’auspicio rappresentato dall’approssimarsi della primavera. 
Un momento che si integra anche con il sentimento religioso cristiano popolare rappresentato dal convincimento che le preghiere rivolte, attraverso la recitazione del rosario, abbiano reso sacra la brace da conservare a protezione della famiglia.

Bernalda, dicembre 2007 Anna e Antonio Salfi Share

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