02 set 2012

Metaponto, uomini epici e luoghi leggendari. Racconti d'estate

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Quando ero piccolo, dopo aver trascorso i pomeriggi in partite infinite, escursioni ed esplorazioni, che solo a pensarci anni dopo ancora non mi capacito di come sia riuscito a sopravvivere e ad uscirne praticamente illeso, capitava che nelle tarde serate d'estate si ascoltasse gli anziani che raccontavare storie e leggende. I racconti si riempivano di monachicchi, lupi mannari, spiriti, anime, palazzi magici. Nessuno contestava la veridicità delle storie, l'autorevolezza dell'anziano non si discuteva e pareva che queste avventure lui le avesse vissute sul serio.
Ma una particolarmente mi colpiva e riascoltavo con piacere, era la storia della nascita di Metaponto e del mulino sotterraneo che macinava l'oro nei pressi delle Tavole Palatine.
Naturalmente le storie ogni volta subivano variazioni, tagli, aggiunte e personalizzazioni, i nomi erano vaghi e indefiniti,  ma la sostanza era quella. Ho ritrovato, con grande piacere e un pizzico di malinconia, su una rivista " LA BASILICATA" del 1928, la versione forse originale e ispiratrice di quei racconti .

La nascita di Metaponto
Dopo tre giorni e tre notti, il mare era sempre più nero di sdegno e di tempesta. Dalle 90 navi partite da Troia per tornare a Pilo, l'unica che non fosse stata ancora travolta dai flutti furibondi era quella sulla quale si trovava Nestore, il vecchio re cui il fato non voleva concedere la gioia del ritorno. Erano con lui i più arditi, e tra essi Epeo, il prodigioso costruttore del cavallo di legno, nel cui ventre s'erano

nascosti i greci, che, una volta entrati nella città di Troia, ne avevano aperte le porte agli assedianti ed avevano appiccato il fuoco alle case ed alle mura. 
( A Epeo è collegato la fondazione della antica e scomparsa città di Lagaria  presumibilmente sul monte Coppolo nei pressi di  Valsinni) ( N.d. R.)

Ormai andavano attenuandosi le ultime speranze di salvezza. I cavalloni erano sempre più alti e minacciosi, i rematori erano stanchi. Il vecchio re, ritiratosi ad un estremo della nave, s'era seduto col capo fra le mani, come percosso dal furore del suo destino. Ad un tratto, si sentì prima un crepitio di assi che si rompevano, poi un urlo altissimo dei naviganti. S'era spezzato il timone, e la nave, senza più direzione, or s'alzava sui flutti furibondi, or si inabissava a precipizio. Non c'era più speranza. La navigazione continuò così, tutta la notte, secondo il capriccio delle onde in tumulto. Verso l'alba, mentre saliva un vago chiarore nel cielo nerastro, Nestore vide, a poca distanza, sulla spiaggia di un'isoletta rocciosa, qualcuno che faceva segni dalla riva. L'ultimo a scendere fu il re, pallido, con le vesti lacere e le mani sanguinanti. La donna che si gettò ai suoi piedi implorando soccorso, era Menalippa, la figlia di Eolo Dio dei venti, che, contro il volere del padre, aveva segretamente sposato Nettuno Dio del mare, avendone due figlioli. Eolo, adirato, aveva fatti abbandonare in una campagna i bambini perché le belve li divorassero, ed aveva fatta prima accecare e poi deportare la figlia nell'isola romita. Nestore sentì un'immensa pietà per lo stato di quell'infelice. Fece trarre dalla nave ormai sconquassata un pò di cibo per rifocillarla e le disse parole di speranza e di conforto. Il mare intanto s'era placato. Dopo un giorno di riposo, i naufraghi pensarono alla possibilità di rimettersi in viaggio. Epeo curò i lavori di restauro della nave, che, dopo sei o sette giorni, con un timone improvvisato fu in grado di riprendere il mare, così, alla ventura, perché nessuno dei naviganti conosceva né il luogo in cui si trovavano, né la rotta per il ritorno alla patria diletta. Al termine di due giorni di traversata, mentre il sole tramontava ed un vago senso di sconforto già cominciava a tormentare il cuore dei naviganti, si vide in lontananza una lunga striscia di terra. Nestore fece volgere il timone verso di essa e, poco più tardi, gli stanchi superstiti del tragico viaggio, con Menalippa che li aveva seguiti, approdarono verso la foce di un fiume, e vi si fermarono per passare la notte. L'indomani, lasciati i compagni a custodia della nave, Nestore, Epeo e Menalippa, cominciarono a percorrere la campagna in cerca di qualcuno al quale potessero chiedere notizie del luogo in cui si trovavano, ed indicazioni per la ripresa del viaggio. Cammina, cammina, cammina, non trovarono anima viva. Verso sera, stanchi, sconfortati, rotti dalle preoccupazioni e dalla fatica, stavano per riprendere la via del ritorno alla nave, quando, da una sodaglia vicina, sentirono prima un gemito e poi un lungo muggito. Si volsero dalla parte donde era venuto il gemito con passo risoluto, e, presso un cespuglio, videro due bambini che una mucca nutriva con il suo latte e riscaldava con l'alito caldo delle sue narici. Menalippa diede un grido acutissimo e si precipitò a sollevare dalla terra umida i due bambini, stringendoli furiosamente al suo seno. Nestore, turbato e commosso si volse a guardarla e rimase stupefatto. Essa non era più cieca. Nettuno le aveva fatto miracolosamente riacquistare la vista, e la prima cosa che le aveva dato il conforto di vedere era stato il volto sorridente dei figliuoli, che la poverina copriva di lacrime e di baci. Intanto annottava. Andiamo, disse Nestore preoccupato di raggiungere i compagni che aspettavano sulla riva. Andiamo, risposero Epeo e Menalippa. Ma mentre s'avviavano, videro avvicinarsi il giovane pastore, al quale Eolo aveva ordinato di portare i bambini in campagna e di abbandonarli. Il pastore che aveva solo in parte eseguito gli ordini ricevuti, tutte le sere, dopo il tramonto, li veniva a prendere e li portava nella sua capanna per tenerli durante la notte al riparo dalle intemperie. La mattina poi, prima dell'alba, li riportava sotto lo stesso cespuglio, temendo che Eolo durante il giorno, mentre egli menava al pascolo le bestie, andasse nella capanna a trucidarli. Il pastore riconobbe Menalippa e le baciò le mani piangendo. La povera donna, con parola strozzata dai singhiozzi, ringraziava quasi balbettando il salvatore dei suoi figli. Nestore ed Epeo s'erano tratti in disparte pallidi e pensosi, mentre nei loro occhi tremavano lacrime cocenti di profonda commozione. Nei giorni successivi ogni indagine fu vaga per avere indicazioni sulla via del ritorno. Eolo poi, adiratissimo, suscitò un'altra furiosa tempesta, che sollevò ripetutamente la nave mandandola a fracassarsi contro gli scogli rocciosi della riva. Nestore, che era il più saggio degli uomini del suo tempo, aveva però previsto questa atroce vendetta del Dio dei venti ed aveva fatto trarre dalla nave tutto quello che c'era: le provviste, le armi ed il preziosissimo bottino che i vincitori di Troia avevano portato dalla città incendiata e distrutta. Fece caricare tutto su di un carro trainato dai buoi del pastore che aveva avuto pietosa cura dei figli di Menalippa, e, guidato da lui, andò a fondare una nuova città che si chiamò Metaponto. I figli di Menalippa, Eolo e Beoto, divenuti adulti, fecero di tutto per rendersi degni dell'affetto di Nestore, e quando egli, molti anni dopo, morì, lo seppellirono con Epeo sotto una delle colonne del tempio che il Re aveva fatto costruire, collocando nel sepolcro tutto l'oro e l'argento che essi avevano portato da Troia.

Il mulino dell'oro 

Pochi anni or sono, eseguendosi degli scavi in quello che fu il tempio di Metaponto, sotto il piano della nona colonna dell'ala destra, furono rinvenuti degli avanzi delle ossa di due cadaveri, che qualcuno disse essere quelli di Nestore e di Epeo. In prossimità di questa colonna, tra pèietra e pietra, anche oggi si vede venir fuori da un crepaccio un fico selvatico. Nella campagna metapontina si racconta che le radici di questo fico siano molto profonde e vadano a finire sulla volta di un mulino sotterraneo che incessantemente macina rimacina l'oro che Nestore ed Epeo portarono da Troia. Quando, nelle notti di tempesta, il mare mugge furibondo, quando le acque del Bradano e del Basento in piena, o per le piogge dirotte o per il disgelo delle nevi, precipitano al mare con rumore cupo e pauroso; quando il vento urla squassando i pochi alberi della vasta pianura, i pastori fuggono terrorizzati. Il muggito del mare, il fragore dei fiumi, la ruggente furia della tempesta, è per essi il rumore cupo del mulino sotterraneo che, implacabile, frantuma  l'oro dei troiani.

  Da "LA BASILICATA" di F. Di Sanza - (1928)
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