Se un giorno d'estate un viaggiatore si trovasse a passare dal
castello di Konopiste, 50 chilometri a Sud-Est di Praga, farebbe una curiosa scoperta. Il castello è un pesante rifacimento ottocentesco, con gallerie tappezzate delle corna di migliaia di cervi che ebbero la sventura di trovarsi dalla parte sbagliata di una canna di fucile e soffocanti salotti e salottini vittoriani arredati all'insegna del più ce n'è e meglio è. Della grande attrazione bellépochiana del castello, i celebri roseti, resta poco. Ma, in mezzo al bric-à-brac, il turista avvertito troverà ciò che vale il viaggio. Si tratta di un'armatura «per giostrare alla palanca» che fu realizzata a fine Cinquecento da un grande artista, l'armoraro milanese
Pompeo della Cesa (1537 circa - 1610) per un altro, il musicista
Carlo Gesualdo (1566-1613). Che cosa ci faccia in un castello boemo è l'oggetto di questa storia, in cui compaiono un principe assassino, un altro assassinato, un delitto d'onore e uno politico, molti madrigali, un grande matrimonio, la nascita dell'Italia unita e quella della Cecoslovacchia. Il protagonista è Carlo Gesualdo, principe di Venosa, grande nobiltà meridionale, nipote di San Carlo Borromeo. E, soprattutto, uno dei massimi musicisti italiani della sua epoca e non solo di quella. Nei suoi
madrigali, l'ultima grande stagione della polifonia sprofonda in complessità abissali, audacie armoniche, cromatismi allucinatori. Gesualdo è un musicista «da musicisti», forse, più che da grande pubblico. Ma, senza dubbio, un grandissimo musicista.
Tant'è: per tutti, rimane il principe assassino del delitto del secolo, protagonista cattivo di una
storia d'amore e di morte cantata dal Tasso («Piangi, Napoli mesta, in bruno ammanto / Di beltà, di virtù l'oscuro occaso / E in lutto l'armonia rivolga il canto») ma anche nei lamenti popolari. Fra la prima moglie di Gesualdo,
Maria d'Avalos, e Fabrizio Carafa, duca d'Andria, giovani bellissimi e innamoratissimi, nacque la più
clamorosa relazione extraconiugale del secolo. Finché, un brutto giorno, il 16 ottobre 1590, il marito cornuto, che non